L'arte
del pugilato nell'antica Grecia (in greco antico πυμαχία, pygmachía, in latino
pugilātus) è molto antica: le prime tracce della sua esistenza si trovano
nell'Iliade, VIII secolo a.C. Tuttavia, vi sono buoni motivi per credere che il
pugilato venisse praticato in tempi ancora anteriori. Essendo la penisola ellenica, a quei tempi,
frammentata in una serie di città-stato (le poleis), il pugilato veniva
praticato da vari ceti sociali e in contesti differenti da città a città, a
seconda delle usanze.
Le
fonti sull'argomento giunte sino ai giorni nostri sono perlopiù
semi-leggendarie o assai frammentarie, rendendo difficile discernere il vero
dal mitologico e ricostruire con buona accuratezza le regole, i costumi e la
storia di questa attività.
Sicuramente,
il pugilato prese piede in Grecia a partire dalle civiltà minoica e micenea,
sotto il nome di pýx o pygmḗ, o anche πυγμή, pugme. Esistono diverse leggende
sull'origine della boxe. Secondo una di queste, Teseo inventò uno sport nel
quale due uomini, seduti l'uno di fronte all'altro, dovevano colpirsi con i
pugni fino a quando uno dei due rimaneva ucciso o comunque impossibilitato a
combattere. In seguito, tale tecnica venne sviluppata in modo da contemplare
prima la postura eretta dei due contendenti e poi l'uso di guantoni, a volte
muniti di borchie, e protezioni per i gomiti. Non era raro, però, assistere a
combattimenti di uomini completamente nudi. Secondo l'Iliade, i guerrieri
micenei includevano i tornei di pugilato fra le cerimonie per onorare i caduti
in guerra, fra cui Patroclo, anche se non si può escludere che Omero abbia
preso in prestito questa usanza da periodi più recenti.
Proprio
in onore di Patroclo, a partire dal 688 a.C., i Greci introdussero il pugilato
(pygmḗ o pygmachía) nei Giochi Olimpici antichi: la prima medaglia fu vinta da
Onomasto di Smirne.
Secondo
Filostrato, la pygmachia si era originariamente sviluppata nella polis di
Sparta, dove serviva a rendere gli uomini meno sensibili al dolore in caso di
battaglia, dato che i guerrieri spartani non indossavano elmi. In ogni caso, la
nobile arte non era considerata uno sport competitivo, soprattutto perché il
combattimento tra due uomini prevedeva la sconfitta di uno dei due, cosa
ritenuta altamente disonorevole nella cultura spartana. Si lottava per un po'
di tempo e si smetteva quando entrambi i lottatori erano stanchi, senza che uno
dei due venisse sconfitto.
Nelle
antiche Olimpiadi, fino al 500 a.C. circa, gli atleti indossavano unicamente
delle fascette di cuoio (chiamate himantes) avvolte attorno alle mani in modo
da lasciare libere le dita. Ogni fascetta misurava dai tre ai tre metri e mezzo
e veniva avvolta più volte attorno alle nocche, alle mani, ai polsi, alla parte
superiore dell'avambraccio e alla base di ciascun dito.
A volte, anche il petto veniva fasciato con cuoio, mentre il resto del corpo era completamente nudo, fatta eccezione per un paio di sandali in alcuni casi. Intorno al 400 a.C. circa, vennero introdotti nella disciplina gli sphaîrai. Questi ultimi erano molto simili agli himantes, ma la fascia di cuoio di cui erano costituiti era affumicata su un lato, che doveva essere rivolto verso l'esterno, in modo da rendere il cuoio più duro e causare maggiori danni, e ricoperta da uno strato di imbottitura sull'altro lato, a contatto con la pelle in modo da evitare abrasioni o ustioni da sfregamento che avrebbero danneggiato sia il possessore dei guanti che l'incassatore dei colpi. Una versione ulteriormente efficiente degli sphaîrai erano gli oxýs, costituiti da una serie di tasselli di cuoio piuttosto spessi applicati su mani, polsi e avambracci. Sull'avambraccio veniva avvolta una fascia di lana per assorbire il sudore e, in corrispondenza delle nocche, vi erano dei rinforzi di cuoio indurito con bagni in acqua e sale per aumentare la potenza d'impatto. I pugili greci si allenavano per gli incontri con dei sacchi riempiti di sabbia, farina o cereali, chiamati kṓrykos, molto simili a quelli utilizzati dai pugili moderni. Sebbene non esistano documenti scritti che attestino l'esistenza di un vero e proprio regolamento disciplinare del pugilato, è possibile tracciare una lista più o meno attendibile delle regole contemplate durante gli incontri in base alle raffigurazioni e alle fonti storiche pervenuteci. Non era consentito fare delle prese;
Venivano accettate tutte le ferite da impatto, anche quelle causate da colpi di striscio, mentre quelle inferte con le dita decretavano la squalifica;
Il ring era rappresentato dalla folla stessa che delimitava un cerchio attorno ai due sfidanti
L'incontro non era suddiviso in round né aveva limiti di tempo; i due sfidanti duellavano fino a a arrendeva alzando il dito indice
venivano selezionati tramite esstrazione Non esistevano categorie di peso: gli sfidantiqualunque trasgressore delle regole prefissate veniva punito con la fustigazione.
Fino a
questo punto, le notizie sono state tratte da ricerche fatte su materiale
cartaceo o sul Web. Mi preme però indicare, avendo vissuto in prima persona le
leggende che si raccontano a bordo ring in attesa dell’inizio di una riunione
pugilistica, che esporrò in tre punti:
- Si
dice che il primo pugilatore in assoluto sia stato uno spartano di nome Korebo,
molto forte, tanto da essere il primo e l'unico, senza avere avversari che lo
impegnassero, forse ancor prima del 400 a.C. La sua egemonia durò finché Korebo
morì in battaglia nel Peloponneso, da dove nacque il detto: "Se Atene
piange, Sparta non ride", in quanto, nonostante la vittoria, Sparta ne
uscì piuttosto malconcia.
- Si
dice anche che, in un torneo, una dea si fosse travestita da ragazzino per
umiliare i maschietti e che, durante il torneo, vinse, umiliando tutti. Il suo
inganno fu scoperto dai direttori di gara che, da quel giorno, cambiarono il
regolamento, imponendo che i pugili dovessero combattere a corpo nudo, in modo
che fosse ben evidente il sesso.
- Naturalmente, essendo i pugili completamente nudi, in Grecia, che è notoriamente calda, dovevano cospargersi di una mistura di grasso animale e sabbia per ripararsi dai raggi solari. Questa poltiglia veniva chiamata calestro, forse, ma non ne sono sicuro, perché simile alla terra sabbiosa e scura dove venivano piantate le viti da vino.
ORIGINI E DIFFUSIONE NEL MONDO
La tesi
è stata redatta dall’arbitro internazionale Aldo Garofalo, dal presidente del
Comitato Regionale Toscano Fiore Moretti e dal medico sportivo Piero
Angioletti.
Le mani sono state le prime armi naturali a
disposizione dell'uomo, quindi le più legittime. Probabilmente per questo
motivo, fino all'epoca storica a noi tramandata, questa disciplina sportiva
ebbe la priorità rispetto alla corsa e alla lotta. Inizialmente, del resto, non
era certamente quello sport che conosciamo oggi, ma qualcosa di ben diverso,
molto più vicino alle necessità e ai bisogni, anche psicologici delle società
primitive. Questo sport ha avuto origine dal "pancrazio", un insieme
di lotta e pugilato che si affermò gradualmente in Grecia fino a essere
consacrato nella XXIII Olimpiade del 648 a.C. In quell'occasione, Onomaste di
Smirne fu proclamato il primo campione olimpico, mentre l'ultimo fu un armeno
di nome Varasdat. Apprezzato sia dai Greci che, successivamente, dai Romani, il
pugilato era considerato un'arte di difesa personale. Metancomante fu
famosissimo per la sua abilità nel vincere gli avversari senza colpirli,
basando la sua tecnica su una guardia impenetrabile. Questa nuova disciplina
ebbe una grande diffusione, tanto che nelle terme pubbliche si sentì la
necessità di abbellirle e impreziosirle con scene di pugilato. Questi mosaici
delle Terme di Caracalla, che testimoniano la diffusione a livello popolare,
sono storicamente molto importanti perché ci mostrano una tecnica molto simile
a quella attuale e rivelano quanto ingegno sia stato impiegato nella
comprensione e nello studio di questa pratica sportiva. Essa tendeva già allora
alla perfezione, insegnando non solo la difesa, ma anche l'offesa e il pugno da
K.O. La stessa legislazione penale romana, come risulta dal Digesto di Ulpiano,
si preoccupò di definire giuridicamente la casistica.
La legge di Aquileia stabiliva il risarcimento
dei danni, escludendo il caso di morte avvenuta durante un incontro di
pugilato. Ciò poteva accadere, dato che avambraccio e pugno erano protetti da
strisce di cuoio rinforzate con elementi metallici “caestus”. Il
combattimento proseguiva finché uno dei due contendenti non si arrendeva
levando un braccio o finché uno dei due non veniva messo KO. Dopo la decadenza
dell'Impero romano, si ebbe un lungo periodo di stasi. Il pugilato riappare in
Inghilterra nel Rinascimento, ma i primi documenti risalgono al XVII secolo. I
pugili si posizionavano piede contro piede in un cerchio di un metro di diametro
e si colpivano a pugni nudi, senza poter uscire da quel ring così piccolo: è
facile immaginare quanto potesse essere cruento e mortale. Nonostante ciò, si
affermò come arte difensiva, tanto da meritare di essere inclusa nella "Noble
art of self defense" di Tom Figg; è usuale, infatti, chiamarlo ancora
oggi "nobile arte". Tom Figg era un maestro di scherma che
insegnava una difesa mista di pugni e bastone e fondò un'associazione
pugilistica, il "London Prize Ring", dotata di un regolamento
che egli stesso rispettò nel 1719, quando vinse un combattimento e si laureò
campione inglese di pugilato. Da allora fino al 1860 gli inglesi mantennero un
predominio incontrastato, finché l'America non si affacciò sulla scena con John
Carmel Heenan, di cui le cronache riportarono un pareggio non meritato nel
combattimento che fece epoca con Tom Sayers. Un altro personaggio importante
per la storia della boxe, dopo Tom Figg, fu Jack Broughton, campione dal 1734
al 1750, che gettò le basi del pugilato moderno con il "London Prize
Ring Rules" del 1743”. Dopo l'incontro fatidico del 1860, gli
americani impegnarono pochi anni a rendersi conto delle potenzialità del loro
pugilato e dopo il 1873 con Tom Allen si procurarono e mantennero quasi
incontrastati la cintura d'oro di campione del mondo.
Siamo ormai alle soglie del pugilato moderno.
Pochi anni dopo, nel 1886, il governo inglese proibì la boxe. Non fu una scelta
casuale o capricciosa. Bisogna ricordare che i combattimenti avvenivano a mani
nude, senza limiti di tempo e con il diritto, per chi cadeva, di disporre di 30
secondi per rimettersi in condizione di continuare e di altri 8 per tornare al
centro del ring. È evidente quanta cura
fosse dedicata al viso e alle mani per poter resistere ai colpi più violenti, basti
pensare a Tom Cribb e come si tendesse a colpire le parti più molli. In queste
condizioni, un incontro poteva durare molto a lungo, anche più di sei ore, come
avvenne a Melbourne; l'ultimo campione del mondo, a pugni nudi, fu John
Sullivan, che vinse su Jake Kilrain dopo un match di 2 ore, 16 minuti e 23
secondi. Si deve al marchese di Queensberry l'introduzione di norme per i
combattimenti tra dilettanti, tra cui la suddivisione dell'incontro in round di
3 minuti intervallati da 1 minuto di pausa. Con il ritorno del professionismo e
l'uso dei guantoni, J. Sullivan difese il suo titolo nel 1892 contro James J.
Corbett, che vinse dopo ben 21 riprese. I combattimenti si erano mantenuti ad
oltranza e l'anno dopo un incontro fu interrotto solo dopo 7 ore e 19 minuti,
ovvero ben 110 riprese, ma solo a causa dell'oscurità! Dal 1900, infine, anche
questo residuo dei tempi "eroici" scomparve con l'introduzione
del sistema di punteggio. Cinque anni dopo, il primo campione del mondo con i
guanti, James J. Corbett, che aveva vinto su J. Sullivan per KO, fu sostituito
da Bob Fitzsimmons. Si dice che, dopo questa sconfitta, i genitori di Corbett
si siano suicidati per la perdita del patrimonio familiare, puntato sulla
vittoria del figlio. In quegli anni la
passione per il pugilato era molto intensa e grandi interessi ruotavano intorno
ai pugili, mentre i tifosi più accesi facevano baldoria intorno al ring.
A 37 anni, Fitzsimmons perse il titolo contro James Jeffries, che si ritirò imbattuto. Dopo di lui arrivarono Tommy Burns, poi Jack Johnson e, infine, Jess Willard, un gigante paragonabile a Carnera. È il momento di Jack Dempsey, il cui vero nome è William Harrison. La sua storia di campione mondiale inizia con la caratteristica forza che lo contraddistingue, massacrando in sole due riprese il gigantesco Jeffries. Per citare qualche altro nome, ci sono Firpo, che dopo essere riuscito a scaraventarlo fuori dal quadrato, fu messo fuori combattimento, e Carpentier Tunney, tattico e stilista eccezionale, pur rivelandosi superiore, fu costretto a subire il conteggio per ben 9 secondi. Tunney riuscì a confermare la sua superiorità una seconda volta in un incontro indimenticabile, se non altro per l’incasso di due milioni e mezzo di dollari dell'epoca. Questo pugile è un esempio di come il pugilato possa essere non solo espressione di forza e tenacia, ma anche di intelligenza. Anche europei sono stati campioni del mondo: il tedesco Schmeling, Sharkey e il nostro Carnera. Dopo di loro, arrivarono Max Baer, James J. Braddock, il cui film Cinderella Man è molto famoso e Joe Louis. Come Dempsey, anche Joe Louis Barrow è stato una pietra miliare nella storia del pugilato, grazie a caratteristiche quali la morigeratezza, la serietà e la costanza, che gli hanno permesso di avere una lunga carriera agonistica. Come Dempsey, aveva un vero istinto del pugilato: era un picchiatore aggressivo e veloce, dotato di una tecnica eccellente. Fu anche, bisogna dire, un prototipo della scuola americana, severa, basata sulla potenza, sul gioco di gambe e sull'abilità schermistica.

Nessun commento:
Posta un commento