CHI SONO

Mi chiamo Antonio Maoggi sono un fiorentino nato sotto le bombe dell’ultima guerra, da ragazzo avevo grandi sogni di scrivere, ma bisognava andare a lavorare per aiutare la famiglia e, questo è successo, però la passione è rimasta, ma lavoro, famiglia e figli me lo hanno impedito. Una volta libero come pensionato ho preso carta, penna ed ho cominciato a scrivere e non mi sono fermato più e tutt’ora sto scrivendo l’ultimo racconto. I miei lavori sono tutti inseriti in questo blog in basso sulla fascia lateralmente a destra e, se qualcuno fosse interessato, basta che lo comunichi, e tramite mail che vorrete cortesemente comunicarvi, invierò gratuitamente il racconto in formato PDF, poiché scrivere è fantastico, ma essere letto lo è ancora di più! mascansa@outlook.it

lunedì 26 gennaio 2026

L'AMERICA A STELLE E STRISCE CAPO MUNDI

                                                                   

L’America, guidata dall’allora presidente Benjamin Roswell, e la Russia Sovietica, sotto il dominio di Giuseppe Stalin, ci hanno salvato da Hitler durante l’ultima guerra mondiale, ma mentre l’America è stata considerata l’angelo salvatore, la Russia era associata al comunismo, che faceva venire le bolle a tutti i presidenti sin da allora, tanto che Ronald Reagan la definì l’impero del male. Da allora, gli Stati Uniti si sono auto dichiarati i gendarmi del mondo, effettuando ogni azione con la scusante della tutela dei loro interessi.

Allora, parliamo di quest'angelo vendicatore di tutti i torti del mondo. Attenzione, non salvo né repubblicani né democratici, ma solo i liberali, di cui fanno parte molti uomini e donne del mondo artistico. Cominciamo con il dire che tutti i bianchi che sono sul suolo USA sono immigrati che hanno sterminato i nativi per depredare tutte le loro ricchezze, compreso il petrolio che stava tranquillo sotto la loro terra. Da lì è nato il selvaggio West, in cui le revolverate sembravano coriandoli. Poi sono andati a trascinare via dalle loro terre i neri, rendendoli schiavi e, allo stesso tempo, bruciandoli in croce se non rispettavano le loro regole. Fino agli anni di Martin Luther King, che ha comunicato il messaggio di libertà, anche se nel sud il Ku Klux Klan continuava con le sue angherie nei confronti della gente di colore. Hanno fatto fuori i coniugi Rosenberg, Julius ed Ethel, di cui si diceva fossero spie dell’Unione Sovietica, ma all'epoca c'era il maccartismo e si può anche lecitamente pensare che non lo fossero. Poi, la ciliegina sulla torta: gli anarchici Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, uccisi innocenti solo perché si professavano anarchici, e riabilitati solo dopo molti anni. Ma se c'è un altro mondo lassù, che se ne fanno della riabilitazione.

Gli spagnoli e i portoghesi hanno sterminato tutti i nativi gli indios, a partire dal Messico alla Terra del Fuoco, tanto che si parla solo spagnolo e portoghese. E in funzione anticomunista, la C.I.A. (Central Intelligence Agency) ha foraggiato tutti i regimi dittatoriali, purché i moti rivoluzionari non nuocessero agli interessi degli Stati Uniti d'America. Ne hanno fatto le spese Emiliano Zapata in Messico, Ernesto Che Guevara in Bolivia e Salvador Allende in Cile. In Argentina, le donne della piazza di Majo reclamavano, i loro figli oppositori del regime militare, scomparsi e solo dopo abbiamo saputo che non li trovavano, perché molti di loro erano stati buttati giù dall'aereo senza paracadute. Tutto ciò è documentato, anche se si tenta di non ricordarlo. Questa è la civilissima America, ma solo di facciata, perché governi come il nostro, quello di Meloni, e non solo anche gli altri europei, sono tutti lacchè dell'attuale presidente Trump, o non lo sanno o fanno finta di non sapere.

Di Trump è inutile parlare, il suo comportamento è lapalissianamente schizoide ed espansionista e credo sia chiaro a tutti. Spero che il popolo americano, che non è tutto trumpiano, alle elezioni di medio termine abbia l'accortezza di far capire a questo buffone che se ne torni a casa con i suoi miliardi.

Il barone

sabato 27 dicembre 2025

SOCIALDEMOCRAZIA

     

Questo scritto è dedicato a tutti coloro che hanno a cuore la nostra Italia, che sta scivolando sempre di più in una china pericolosa. A mio modesto parere, la soluzione per ridurre lo spreco di energie e di simboli sarebbe il contenitore di Potere al Popolo, ma tutte le proposte sono valide, se tese a uscire da questo ghetto in cui siamo stati confinati.

I tempi sono maturi: questa ventata nera che ha invaso il nostro Paese ci impone di attivarsi, di uscire dal letargo della sinistra e di organizzarci in maniera unitaria. Dobbiamo trasformare la rabbia, la frustrazione e l'indignazione in una realtà forte e costruttiva per la rinascita di una società vera, solidale e socialdemocratica. 

Ci troviamo spiazzati, perché esistono 100 sigle che si rifanno alla sinistra, ma quando c’è da contare non si riesce mai a computare! Al massimo raggiungiamo il 2%, quando il solo Partito Comunista Italiano poteva contare su 11 milioni di voti. Dobbiamo ripartire dal basso e dalla base. 

Questa è la parola d'ordine di uomini e donne che hanno un ideale di pace, lavoro e libertà. Siamo in tanti nel nostro Paese che non credono più in quei gruppi dirigenti che si sono rivelati inadatti e incapaci.

Dobbiamo uscire dall'isolamento e dalla riserva in cui ci hanno cacciato, ma non con una miriade di falci e martello, altrimenti non ci riusciremo mai. 

Una giovane compagna siciliana ha lanciato un'idea meravigliosa: riunire gli uomini e le donne che hanno a cuore l'igiene mentale e il futuro dei nostri figli e nipoti sotto un unico ombrello, a prescindere dalla sigla.

Insomma, si tratta di formare un gruppo nazionale da Chiasso a Siracusa per poter lavorare alla costruzione di un gruppo di lavoro senza togliere a nessuno il proprio vissuto e i propri distinguo, sotto un'unica sigla senza simboli e senza scritte, al massimo con la parola "socialismo". 

Per questo motivo, per poter andare avanti con serietà, coraggio e determinazione in questa direzione, l'adesione a questo gruppo di lavoro potrà avvenire senza pregiudizi e senza preclusioni e sarà aperta a tutti i socialisti, che siano senza alcuna tessera, come avviene per la stragrande maggioranza, oppure anche se hanno in tasca una tessera di partito. 

È fondamentale, indispensabile e discriminante, per poter aderire al gruppo di lavoro, condividere l'antifascismo, l'antirazzismo e la non prevaricazione dell'uomo sull'uomo; in altre parole, essere una vera donna o un vero uomo di sinistra. 

Vogliamo lavorare per contribuire alla ripresa, anche elettorale, ma le elezioni non devono essere un fine, bensì un mezzo. Riteniamo che i socialisti debbano partecipare alle elezioni solo quando se ne determinano le condizioni, presentandosi con i simboli del lavoro e con un'identità di sinistra chiara e definita, in difesa della Costituzione italiana e dell'uguaglianza, senza suggerire alcuna risoluzione sommaria, ma condividendo le analisi sui territori, i disagi, i bisogni e le emergenze sociali. 

Invitiamo chiunque fosse interessato al progetto a richiedere l’iscrizione al gruppo “Pace, lavoro, libertà” per ricevere ulteriori informazioni sulle modalità di adesione. 

Vi preghiamo, inoltre, di inoltrare questo messaggio ai vostri contatti e amici che condividono questi ideali.

6 Agosto 2018 - 73 anni dall’eccidio dell’imperialista, (U.S.A . bomba H su Hiroshima) 

 

Il Barone!

venerdì 26 dicembre 2025

SIRENE

 SIRENE

Le sirene sono creature leggendarie acquatiche, con l'aspetto di donna nella parte superiore e il corpo e di pesce in quella inferiore, che appaiono principalmente nel folclore europeo, ma che si ritrovano anche in altre culture con figure affini. Si dice che fossero belle e affascinanti e che, con il loro canto o fischio, ammaliassero i naviganti.

Inizio con questa prefazione perché i politici nostrani fischiano come le sirene e, come loro, riescono ad ammaliare parte della popolazione. La differenza è che alcuni restano ammaliati per sempre, mentre altri, come Ulisse, riescono a non cadere nel loro malevolo influsso legandosi a un palo.

Così è successo dopo i vari Berlusconi, Renzi e, oggi, con la Lega e il Movimento 5 Stelle. Fondato nel 2009 da Giuseppe Grillo, detto Beppe, e dal defunto Gianroberto Casaleggio, è oggi da me osteggiato con il non voto, con il contraddittorio verbale e scritto con i suoi sostenitori.

Perché ho parlato di sirene? Mi spiego: sono un uomo impegnato politicamente sin dal 1959, quando ho preso la mia prima tessera della Federazione Giovanile Comunista. Quindi, mi ritengo molto refrattario alle sirene, per non dire immune. Ho discusso con i socialisti e con la Democrazia Cristiana, ma ho capito subito chi erano Renzi e Berlusconi, rimanendo immune alle loro lusinghe rottamatorie e al loro "sogno italiano".

Nel 2005 Grillo era quasi riuscito a entrarmi nel cuore. Considerata l'inesistenza di una sinistra decente, aveva parole di sinistra e non mandava a quel paese nessuno. Ricordo che aveva fatto un calendario con dodici comandamenti, uno per mese, più che condivisibili. Insomma, pur non avendolo mai ammirato come comico, con quelle frasi di stile marxista stava quasi per conquistarmi.

Poi sono arrivati i Vaffa, i Di Maio, i Di Battista, la Taverna e gli altri con le loro buffonate: Grillo mascherato su una spiaggia della provincia di Livorno, detrazioni scenografiche dei loro stipendi da parlamentari e, infine, le loro grida in piazza: "Onestà!". Onestà!

Tutto questo mi ha fatto uscire dal torpore, facendomi finalmente capire la vera natura di questo movimento che, contrariamente a quanto mi era stato fatto credere, non ha nulla a che vedere con la sinistra. Quindi mi chiedo: se ci sono arrivato io, perché non possono arrivarci tutti coloro che si sentono veramente di sinistra? Mi chiedo anche come sia possibile credere a:

Che la rete su cui gli attivisti interloquiscono possa rappresentare l’Italia è un'ipotesi irrealistica; al massimo potrà rappresentare i loro iscritti.

Che un movimento oligarchico, basato sul business della rete su cui la Casaleggio e Associati lucra, dove fa e disfa a suo piacimento, possa dichiararsi un movimento veramente democratico è un'ipotesi irrealistica.

Che chi deroga alle direttive venga espulso ipso facto, a meno che non si tratti di un seguace importante, è un'ipotesi irrealistica.

Che il partito della doppia morale, con gli avvisi di garanzia, con il primo e il secondo mandato, con lo spergiuro di tante parole d’ordine originarie completamente disattese, sia credibile è un'ipotesi irrealistica.

La mancanza di contraddittorio è un'altra irrealistica ipotesi: ogni volta che ho cercato di interloquire con loro, l'epiteto più gentile che ho ricevuto è stato "idiota". L’umiliazione data al PD in streaming che oltretutto fece andare Renzi al potere, negando al PD ogni tipo di collaborazione, per poi chiedergliela dopo il 4 Marzo del 2018.

Potrei continuare a scrivere pagine e pagine, ma credo che queste poche righe siano sufficienti per affermare senza ombra di dubbio: "M.5.S  is not left" e quindi consiglio a chi mi legge di rivolgere il proprio sguardo verso altri lidi, ammesso che ce ne siano. Io mi sono orientato verso Potere al Popolo, con la speranza che questo movimento popolare, in cui confluiscono compagni di varie estrazioni sociali, possa rappresentare la rinascita di una vera sinistra liberale, democratica, antifascista e contraria a ogni tipo di guerra.

LETTERA AD UN AMiCO FASCISTA

Caro amico,

questa è per te. Dopo il nostro scambio di opinioni, sia verbali che scritte, ho riflettuto molto sulla questione dei "Vincitori e Vinti". Partendo dal presupposto, che credo sia condiviso, che tutte le guerre, anche le più epiche, non sono mai romantiche, ma delle atroci tragedie per chi le subisce, se poi sono civili, sono la massima atrocità che l'umanità possa concepire.

Non sono romantiche neanche quando vengono fatte per rovesciare una dittatura: sono giuste, ma non romantiche. Eppure, noi osanniamo anche Napoleone, uno degli uomini più spietati del Settecento e dell'Ottocento, e come lui tanti altri. Questo mi ha fatto venire in mente un parallelismo fra la Resistenza italiana e la guerra in Vietnam, che ho vissuto da giovanissimo (1955-1975). L'imperialistica America del Nord, incurante della disfatta subita dai francesi in Indocina (1946-1954), ha massacrato, incendiato e raso al suolo villaggi con bombe al napalm, stuprato e decapitato, per poi doversi ritirare a causa delle proteste dei pacifisti interni e della sconfitta sul campo.

Concludo: gli USA (democratici o repubblicani indistintamente) non hanno digerito bene questa guerra e quindi la filmografia e i media hanno dipinto i vietcong come dei criminali per le nefandezze commesse dopo la loro vittoria, cose mai verificate con esattezza, ma anche se fosse? Qui ritorno a dire: la violenza chiama violenza. Allora, come da ragazzi, dico: sono stati prima i francesi e poi gli americani a tenere questo popolo ventotto anni in guerra, per cui i ragazzi nati in guerra sono morti in guerra. Allora, di cosa stiamo parlando?

Il ventennio fascista (1922 -1943) iniziò come una dittatura sociale, con scuole, asili e bonifiche, ma poi si trasformò nell'ambizione di un uomo solo al comando: Benito Mussolini, ex socialista e direttore dell'Avanti, il giornale del partito socialista, che dalla sinistra era passato all'estrema destra, ma non a quella democratica, bensì a quella criminale. Naturalmente, questo non ha nulla a che vedere con il giornalista Panza, ma il buongiorno si vede dal mattino. Forse oggi non ci sono le condizioni storiche e, a causa della sua età, non posso fare il processo alle intenzioni.

Infine, quando Benito Mussolini e il suo alleato Adolf Hitler hanno trucidato la gente partendo dalle Fosse Ardeatine, hanno imposto le leggi razziali e predisposto i vagoni blindati inizialmente per la Risiera di San Sabba a Trieste e poi per gli infiniti campi di concentramento in Polonia, Austria, Ungheria, ecc., dove milioni di persone sono state gassate, studiate da medici diabolici come Mengele, violentate nella "casa delle bambole", dove i nazisti potevano disporre delle ragazze internate a proprio piacimento e, se il voto che rilasciavano non era sufficiente, le ragazze venivano uccise.

 

In Italia, le leggi razziali rette esclusivamente dalle camice nere, c’erano le famose ville tristi, ne abbiamo anche noi una a Firenze all’inizio della via Bolognese dove ora c’è un consolato, in quei luoghi i resistenti e i partigiani venivano torturati sino alla morte e quando venivano ributtati malamente in cella, la prima cosa che che chiedevano ai compagni di sventura era: Ho Parlato? Timorosi di aver tradito i compagni.

I prospetti, dei vari campi di sterminio li puoi trovare tranquillamente su Wikipedia, ti dimostrano che, a parte i campi di sterminio più conosciuti, ne erano stati montati parecchi altri. Quindi, è inutile parlare dei fratelli Govoni o delle foibe: in Italia, dopo la disfatta, chi era considerato fascista o collaborazionista veniva eliminato senza troppi complimenti, esattamente come accadeva nella ex Jugoslavia, in particolare in Croazia, dove gli italiani che avevano collaborato con i fascisti italiani, con gli ustascia slavi o con i nazisti venivano fatti fuori.

Il fascismo aveva cercato di cancellare ogni identità culturale dei croati, a partire dalla lingua, quindi non c'era bisogno di fare distinzioni: gli italiani li uccidevano senza se e senza ma.  Attenzione, Vincenzo, non sto cercando di giustificare i misfatti, ma di capire il perché di tanta crudeltà.

Quindi, è inutile recriminare: a ogni azione corrisponde una reazione. A mio parere, dobbiamo lasciare la storia ai libri e agli storici, senza dimenticare mai, ma cominciando a pensare al presente, che francamente non è clemente. La terza guerra mondiale, infatti, è iniziata subito dopo la Corea, con centinaia di guerre locali che si svolgono nel mondo a macchia di leopardo, fortemente fomentate da quelle nazioni imperialiste a cui fanno gola petrolio, gas, diamanti, idrocarburi, ferro, acciaio e oro, e che per questo destabilizzano i regimi dittatoriali esistenti in quei paesi, con la scusa di difendere il mondo dai miscredenti (gli USA docet).

Un fraterno saluto e, assieme a un abbraccio, un augurio di buone feste.

Antonio Maoggi, l'ultimo dei Moicani.

 

giovedì 25 dicembre 2025

NOSTALGIA - REMEMBER - JUVENTUS

 

Amarcord - Nostalgia – Remember - adulescentia

 

Quando si invecchia, nella mente pullulano ricordi alla Fellini. Al mattino, durante il mio trekking, ho sempre un turbinio di pensieri, ma uno in particolare mi dà molta nostalgia: "Le case di tolleranza", i casini, che furono chiusi nel gennaio-febbraio 1958 dalla senatrice socialista Lina Merlin. Allora, nonostante mi fossero state chiuse le porte in faccia, avevo solo sedici anni e, nonostante il dispiacere di non avervi potuto accedere, pensavo che non fosse etico che lo Stato lucrasse sulla prostituzione. Ma quante volte gli ideali accecano?  

Oggi la prostituzione si trova per strada, con le schiave del sesso: ragazze dell'Est, Nigeriane e Albanesi, sfruttate e schiavizzate senza scrupoli da uomini dei loro paesi d'origine. Esiste anche la prostituzione di alto bordo, che si trascina dietro soldi, droga e riciclaggio di denaro sporco. Infine, c'è una prostituzione strisciante online di ragazzine che si offrono in webcam per una ricarica telefonica.  Che dire poi delle letterine e stelline varie che si danno a uomini vecchi per una piccola parte in uno show? Carissima Lina, tu che ora sei fra i giusti, se fossi qui forse converresti con me che ti sei sbagliata. La cosa non goduta è rimasta nella fantasia dell'adolescente che vedeva questi luoghi come paradisi di voluttà, antri fumosi, rococò, piastrelle bianche alle pareti, donne velate che giravano in cerchio seminude con sguardi ammiccanti. Mi sono perso tutto questo. Fantasia era e fantasia rimane. Solo la filmografia mi ha dato una mano: Federico Fellini con Roma e Tinto Brass con Paprika. Ma sempre di finzione si è trattato, cosa che ha fatto aumentare quel sentimento che attanaglia lo stomaco: la nostalgia di un paradiso perduto che non tornerà mai più.

Questo periodo ritorna spesso nella mia mente e, quando ciò accade, sorrido malinconicamente. All'uscita dalla scuola, prima di prendere il filobus per tornare a casa, facevamo spesso con i miei compagni la capatina in via dell'Amorino, al casinò più vicino alla fermata del nostro mezzo, "Il Paradisino". Stavamo lì di fronte con la cartella in mano e, quando uscivano i giovanotti, per noi quelli di 20 anni erano dei giovanotti, li accoglievamo con una cantilena "l'hai fatta la trombatina, eh?". Alcuni sorridevano, altri ci dicevano: "Ragazzi, andate a casa", i più volgari: "La maiala di Tomà", e noi ridevamo come scemi, come solo gli adolescenti sanno fare. Ci si divertiva con poco, allora. Insomma, la casa di tolleranza è rimasta un'esperienza che ho solo sentito raccontare, e le cose che non si sono fatte o che non si sono vissute lasciano un senso di indefinito dentro di noi.

Questa premessa acerba è servita unicamente per introdurre un'altra situazione che, questa volta, ho vissuto e goduto, ma che, come i casini, non esiste più, cancellata dal tempo, dall'evolversi della cultura generale, dalla televisione e da altri media che l'hanno praticamente uccisa. Ma cosa? Ma lui, l'avanspettacolo, alcuni di voi, i più giovani naturalmente, diranno: "Cos'è? Mai sentito nominare". Ma lo dice chiaramente il nome: avanti allo spettacolo, cioè un varietà che veniva messo in scena dopo la programmazione cinematografica, ma che, in effetti, era l'evento principale e il più atteso.

Una compagnia di avanspettacolo era composta da un capocomico, un cantante o una cantante, una soubrette e un corpo di ballo piuttosto scadente. Tuttavia, era inconsapevolmente un laboratorio e un trampolino di lancio per chi aveva le capacità di comico. Da quei palcoscenici sono emersi attori del calibro di Aldo Fabrizi e Franco Franchi, ma la maggior parte degli interpreti di questa commedia ha concluso la propria carriera nell'oblio di sale fumose e maleodoranti di tabacco.  I loro nomi, Marotta e Fanfulla, sono caduti nell'oblio, insieme a quello del capocomico Valdemaro, un livornese verace, dichiaratamente omosessuale, noto per le sue performance che riuscivano a fare teatro nel teatro. I suoi bisticci con il pubblico, che lo prendeva in giro per la sua omosessualità, erano famosi. Lui rispondeva colpo su colpo, con un acume e una dialettica forbita e con il classico intercalare livornese. Così, il pubblico diventava parte integrante dello spettacolo, con le sue battutacce e le frecciate rivolte al comico, ma anche ai cantanti e alle ballerine, accolte con urla da mandriano: "Yahooooo!" quando sfilavano in passerella con i loro fisici esuberanti e che non riuscivano mai ad andare a tempo di musica. Alcune di loro avevano dei grossi buchi nelle calze a rete larga, ma sorridevano a trentadue denti e, agitando le mani circolarmente, lanciavano occhiate maliziose ai ragazzi della prima fila.

A Firenze, credo, l’unico locale d’avanspettacolo fosse il "Flora"; prima della guerra c’era anche l’Apollo, ma poi passò dalla rivista scollacciata a quella di nicchia, sicuramente più gradevole ai palati fini, ma che non riusciva a trasmettere, almeno a noi, la sensazione di trasgressione e sensualità che ci dava l’avanspettacolo.

Il Flora, oggi una sala d’essai, è stato il progenitore delle multisala: era l’unico cinema di cinquantasei che c’erano a Firenze e le sue due sale erano chiamate SALA e SALONE. La SALA era molto piccola e vi venivano proiettati western e film di guerra provenienti dagli Stati Uniti. In quel

periodo gli americani erano i liberatori, quindi venivano osannati da Hollywood. Queste pellicole erano un divertimento per noi e, al termine dei western, c'erano applausi e urla di gioia. Quando invece i film di guerra finivano con un cliché fisso, che vedeva i marinai con la divisa bianca e il classico berrettino in fila e sugli attenti sulla tolda di un sommergibile, con la colonna sonora che sparava a tutto volume l'Inno dei Marines, noi l'accompagnavamo con il battito dei piedi su un parquet di legnaccio nero, umido e maleodorante, il tutto accompagnato da fischi e urla al grido che ci aveva insegnato l’Albertone Nazionale: Uazza America!



In alto, una stampa ottocentesca delle case di tolleranza, le cosiddette case chiuse; in basso, il finale di uno spettacolo con le due soubrette, il capo, il cantante e il comico.

mercoledì 24 dicembre 2025

TUSCANIA TERRA DEGLI ETRUSCHI E DEI MEDICI

LA TOSCANA CON LE SUE DIECI PROVINCIE

AREZZO

Come quasi tutte le città toscane, anche Arezzo vanta una tradizione storica: la Giostra del Saracino, che si tiene in Piazza Grande il penultimo sabato di giugno e la prima domenica di settembre. La città offre inoltre numerosi monumenti da visitare, come Villa Masini, l'Eremo delle Celle e, infine, la bellissima cattedrale. Arezzo vanta inoltre un'importante industria orafa e numerose fabbriche di abbigliamento.

La sua provincia ci porta nel Casentino, che confina con la Romagna: uno splendido luogo carico di boschi e foreste, dove nasce il fiume Arno che scorre attraverso la regione per poi gettarsi in mare a Marina di Pisa. 

Nei dintorni si trova Poppi, con il suo bellissimo castello, e l'eremo dei Frati Camaldolesi, immerso in un bosco di cipressi e conifere. Sui monti a nord-est si trova Caprese Michelangelo, che ha dato i natali allo scultore e ha ospitato San Francesco in una grotta dove, per umiliarsi e soffrire le pene del Cristo, dormiva su una nuda pietra. Verso sud si trova la ricca Val di Chiana, famosa per l'agricoltura e i suoi splendidi frutteti, e circondata da città storiche come Cortona, Foiano della Chiana e Monte San Savino.

Nella valle del Tevere, che dal Monte Fumaiolo, sull'Appennino tosco-emiliano, scende verso Roma, si trovano due importanti città: Anghiari, famosa per la battaglia del 29 giugno 1440, nella quale le truppe milanesi dei Visconti si scontrarono con una coalizione guidata dalla Repubblica di Firenze e comprendente Venezia e lo Stato Pontificio.

Ancora più a valle si trova San Sepolcro, che ogni anno, in occasione di una rievocazione storica in costume, organizza il torneo del tiro con la balestra. Si tratta di un'antica tradizione che affonda le sue radici nel Rinascimento toscano e che la città ha saputo mantenere viva nel tempo, ininterrottamente dal XV secolo. In questa singolare competizione si sfidano i balestrieri di San Sepolcro contro i loro storici rivali della città di Gubbio (PG). Più recentemente, si sono aggiunti i balestrieri del Girifalco di Massa Marittima (GR), nati addirittura nel XIV secolo.

 

FIRENZE

Il capoluogo dell’arte medicea, con i suoi amati pittori e scultori, è la città regina dei cappelli di paglia, decantati e cantati dal noto chansonnier fiorentino Odoardo Spadaro.

Nei dintorni collinari spicca la vecchia Fiesole, che si dice sia stata fondata prima ancora di Firenze. Le colline sono ricoperte da boschi di cipressi, l'albero che per antonomasia è l'emblema della regione.

Borghi medievali si trovano ovunque, intrecciati fra gli affluenti dell'Arno. Purtroppo, il castello di Sammezzano, circondato da un ampio parco e situato nell'omonima località nei pressi di Leccio, nel comune di Reggello, non è più visitabile, poiché versa in stato di abbandono. Lo stile moresco, le facciate, le scale interne ricche di stucchi, maioliche e vetrate multicolori e il parco con i suoi alberi esotici e secolari meritavano di tornare all'antico splendore.

 Autocritica alla ditta che lo gestiva e che ha dichiarato fallimento, ma anche ai nostri governanti che non si sono presi cura di questo meraviglia. Marciando verso est sulla Chianti Classico verso Siena, le colline sono ammantate di viti da cui si ricavano vini conosciuti e apprezzati in tutto il mondo. Girando fra i profumi di mosto al tempo della vendemmia, si possono trovare piccoli borghi carichi di storia quasi ad ogni angolo.

Infine, Empoli, comune che costeggia l’Arno, a pochi passi dalla patria di Leonardo da Vinci, dove, sul masso della Gonfolina, nella via che da Ponte a Signa porta a Montelupo, il genio scrisse il motto: "Nulla è lo leggere senza lo ritenere" tratto dalla Divina Commedia di Dante l’Alighieri: Paradiso canto V.

 GROSSETO

La città più a sud della Toscana, confina con il Lazio e, circondata da incantevoli mura medicee, offre come piatto forte della cucina maremmana l'acqua cotta. La sua vicinanza con il mare, però, aggiunge alla cucina una ricca offerta di pescato.

La provincia offre affascinanti località di mare come: Principina a Mare, Castiglione della Pescaia, Porto Ercole e Tirli, con la sua collina a strapiombo sul Tirreno, e, infine, le isole del Giglio e di Giannutri, veri gioielli dell'arcipelago toscano.  A metà strada sull'Aurelia, tra Grosseto e Tarquinia, si trova Magliano in Toscana, un borgo agricolo collinare dove, guardando l'orizzonte, si può ammirare lo scintillio del mare. Dal mare, come per incanto, ci si ritrova sulle montagne, il Monte Amiata con il suo gioiellino, Arcidosso. 

La pianura è famosa per i Butteri, uomini forti che nell'Ottocento batterono il famoso eroe americano Buffalo Bill in una corsa a cavallo, quando questi girava con il suo circo. La pianura maremmana è infatti molto simile al Far West, con vacche dalle lunghe corna e bufale che pascolano libere nella prateria. La provincia è prettamente rurale e i vari impianti industriali hanno pian piano lasciato la zona per altri lidi. Resiste la "MABRO", una fabbrica di abbigliamento importante che impiega molti lavoratori e confeziona abiti anche per gli atelier del cinema della capitale. 


 LIVORNO

Con il suo porto mediceo e i quattro mori incatenati, davanti a una fortezza che è stata impropriamente trasformata in un grand hotel, il viandante esclamerà: "Siamo arrivati a Livorno!"

La città natale di Pietro Mascagni, del pittore maledetto Amedeo Modigliani e, più recentemente, del regista Paolo Virzì. Dalla terrazza Mascagni, riportata all'antico splendore, si scorge l'isola di Montecristo, un tempo chiamata Oglasa e resa famosa da Alexandre Dumas con il romanzo Il Conte di Montecristo. L'isola è una delle più selvagge e inaccessibili del Parco dell'Arcipelago Toscano.

Dalla stessa terrazza si staglia la "matrona" dell'arcipelago, l'isola d'Elba, visibile anche con la foschia a causa della sua estensione. La costa del Romito, che va dalla città a Quercianella e Castiglioncello, con la sua straordinaria vista, può competere con la più famosa costiera amalfitana.

Viaggiando verso Grosseto, si incontrano località di villeggiatura per tutti i gusti, da Marina di Cecina a San Vincenzo. Percorrendo la strada interna chiamata Costa degli Etruschi, si arriva a Piombino, dove si può ammirare la meravigliosa terrazza sul mare, il piazzale "Bovio", da cui si possono vedere ancora meglio le isole. Piombino ha inoltre un importante porto commerciale per le isole e per la Sardegna.

Proseguendo per Donoratico, Castagneto e Bolgheri, la città natale del poeta Giosuè Carducci, si arriva a un paesino costiero chiamato La California, così chiamato perché si trova sul 28° parallelo, lo stesso che taglia lo stato omonimo degli USA. La zona ha un clima talmente temperato che, se non si guarda il calendario, non si riesce a capire in quale stagione ci si trova.

Infine, se si desidera fare una passeggiata mistica, sulla montagna a sud della città si trova il Santuario di Monte Nero, ricco di migliaia di ex voto con foto e disegni lasciati dai miracolati o da chi li considera tali.

 

LUCCA

Arrivati a Lucca, veniamo inondati dal dolce tipico della città: il buccellato, che deriva dal nome latino buccella, ovvero boccone. Per gli antichi romani, il buccellatum era un pane rotondo formato da una corona di panini, detti buccellae. 

Un nome talmente legato alla città che è nata la storiella secondo cui Cristoforo Colombo, appena sbarcato a San Salvador, avrebbe trovato sull'arenile un lucchese che vendeva il buccellato. Forse la novella deriva dal fatto che la Lucchesia è stata, nei secoli, un popolo di emigranti.

La città è circondata da alte mura che un tempo la proteggevano dagli assalti nemici e che oggi possono essere percorse a piedi e in bicicletta. 

All'interno, la città è attraversata da un fosso e protetta da sei porte, alcune cinquecentesche e altre più recenti, ognuna con il proprio nome: a partire da nord, in senso orario, troviamo Porta Santa Maria (1592), Porta San Jacopo (1930), la più recente, Porta Elisa (1811), Porta San Pietro (1565), Porta Sant'Anna, aperta nel 1911, e infine Porta San Donato (1629), che dà accesso all'omonimo piazzale.

Caratteristica della città è la moltitudine di chiese: non a caso è chiamata la città delle 100 chiese, anche se in realtà sono solo 13. Inserite tutte nella cinta muraria della Lucca medievale, molto piccola, le chiese si trovano una ad ogni angolo e possono sembrare veramente cento.

Non dimentichiamo che questa città ha dato i natali a Luigi Boccherini nel 1743 e a Giacomo Puccini nel 1858.  Se ci si trova a Lucca, non si può non visitare la piazza ovale del mercato e la torre Guinigi, una struttura in mattoni rossi alta 44 metri, sulla cui cima si ergono sette alberi di leccio.

Nel 1822 Paolina Bonaparte, sorella di Napoleone, acquistò una villa sul Monte San Quirico, a cui diede il suo nome. La località si trova a mezza costa, a soli cinquecento metri dalla città.

Attraversando il monte, dalla città si arriva in Versilia, terra di mare protetta e circondata dalle Apuane, con Viareggio e il suo carnevale famoso in tutto il mondo e Forte dei Marmi, località di lusso.

 

MASSA & CARRARA

Le due città, il cui capoluogo è Massa, sono vicinissime e alle loro spalle si ergono le montagne da cui, da molti secoli, si estrae il marmo. Anche il grande Michelangelo Buonarroti pretendeva solo marmo di Carrara, anche se il Papa Giulio II, detto il Papa guerriero, esigeva che lo estraesse da Seravezza, in provincia di Lucca, poiché quelle cave erano di sua proprietà. I porti di Marina di Massa e di Carrara lavorano esclusivamente per imbarcare grandi blocchi di marmo, destinati a ogni parte del globo. A Massa c’è una fontana chiamata “Fontana dei culi”: fu lo scultore a darle questo nome volgare, in quanto è circondata da puttini nudi. I massesi, ligi al dettato, continuano a chiamarla così.

Vicino si trova la piazza degli Aranci, una grande piazza circondata da aranceti selvatici che donano a quel luogo un'immagine variopinta.

A Firenze si trova il famoso bronzo del "Porcellino", che raffigura un cinghiale circondato da animali di stagno, come rane e serpenti. La statua è diventata d'oro, poiché si dice che porti fortuna toccarla; la patina bronzea si è completamente lucidata a causa della palpazione di milioni di turisti.

A Carrara, dove tutto è marmo, persino le soglie delle abitazioni e alcune pavimentazioni, nella piazza Alberica non poteva mancare la copia marmorea del Porcellino, poiché lo scultore Pietro Tacca, che ha realizzato la statua bronzea di Firenze, vi era nato nel 1577.

Ai confini tra Toscana e Liguria si trova un luogo molto antico: la Lunigiana, una piccola porzione di territorio sotto l'amministrazione del comune di Sarzana, che essendo in provincia della Spezia si trova in Liguria. La zona era già frequentata dagli antichi Romani, che la chiamarono "Lunensis", che letteralmente significa "Luna": un luogo davvero ameno. Se si viaggia verso ovest negli anni sessanta attraversando il passo del Bracco, si sconfinava in Liguria nella provincia della Spezia, mentre a nord si incontra la provincia di Parma, a nord-est la provincia di Reggio Emilia, infine a sud-est si incontra la lussureggiante Garfagnana; più a sud con le spiagge di Massa e Carrara si arriva al litorale versiliese.

PISA

La città della torre pendente, patria del grande fisico Galileo Galilei, è conosciuta in tutto il mondo per la sua torre, che si erge nello splendido scenario della Piazza dei Miracoli, costeggiata a est dalle mura del cimitero monumentale. Il piatto classico sono le "pallotte", piccole sfere di polenta gialla affogate in un denso sugo di carne.

Pisa fu una delle quattro repubbliche marinare, la più giovane dopo Venezia, Amalfi e Genova. Tuttavia, oltre alle quattro più note, furono repubbliche marinare anche Ancona, Gaeta e la piccola repubblica di Noli, che si trovava a levante di Genova. A queste si può aggiungere anche la Croazia, con la città di Ragusa, oggi Dubrovnik, all'epoca sotto il dominio veneziano.

Anche a Pisa, come ad Arezzo, Firenze, Prato e Siena, si svolge un gioco in una riedizione medievale: il "Gioco del Ponte", che fu giocato per tutto il periodo che va dal Seicento al Settecento e che scomparve nel 1807. 

Nel 1935 il gioco fu riesumato, ispirandosi all'antico gioco militare del "mazza scudo", che consisteva in una battaglia simulata che si svolgeva sul Ponte di Mezzo, il cui obiettivo era la conquista dell'intera metà occupata dalla parte avversaria.

Come tutti i giochi di origine post-medievale, anche questo è caratterizzato da foga e violenza, tanto che negli anni Sessanta fu nuovamente abolito perché qualcuno finiva per cadere giù dal ponte nell'Arno.

Ma i pisani amano troppo questa singolare contesa e, anche se nel corso dei secoli il gioco è stato più volte ripristinato e interrotto, esso ha sempre simboleggiato la ripresa delle armi da parte degli indomiti cittadini pisani contro gli odiati fiorentini. Pisa vanta inoltre un importante aeroporto intercontinentale, il Galileo Galilei, che è stato battezzato come l'aeroporto della Toscana. Verso la costa, l'aeroporto diventa militare, da dove si levano in volo i mastodontici C.130.

Il circondario, nella valle dell'Arno verso Firenze, è la zona del comprensorio del cuoio, con le sue concerie. Salendo in collina, a Calci, si scopre una delle più belle certose italiane, una vera e propria apparizione da sindrome di Stendhal. Continuando verso Firenze, si trovano le Terme di San Giuliano, situate al confine con la Lucchesia, il cui capoluogo è raggiungibile attraverso un traforo fra i monti, dove si staglia il più alto, il "Serra".

Verso la Versilia si incontra la tenuta di San Rossore, che prima apparteneva al re e poi al presidente della Repubblica, dove, camminando al suo interno, si possono vedere cinghiali e daini che attraversano la strada e un allevamento di cavalli da corsa, eccellenza nazionale. Dalla parte opposta, verso Livorno, dopo il grande deposito dell'acqua della Saint-Gobain, la fabbrica dei vetri a prova di proiettile, svoltando verso Marina di San Pietro a Grado, si incontra una cattedrale dedicata a San Pietro Apostolo, caratterizzata da due absidi e da una facciata assente.  

PISTOIA


La città si trova nel nord della Toscana. a metà strada fra Firenze e Lucca da cui dista C.ca 40 Km.

La provincia di Pistoia è piuttosto estesa e comprende sia zone pianeggianti che collinari e montuose, dalla piana dell’Ombrone, alla Valdinievole e l’incantevole montagna pistoiese, che offre impianti sciistici e viste da favola, San Marcello, Popiglio, l’Abetone patria del campione olimpico  degli anni cinquanta Zeno Colò, Maresca e Gavinana dove Francesco Ferrucci morente nel 1530, disse la famosa frase al soldato di ventura Fabrizio Maramaldo che lo stava per uccidere: “Vile tu uccidi un uomo morto”.

Monsummano Terme, con la sua grotta Giusti, una grotta carsica il cui nome deriva dalla famiglia del poeta Giuseppe Giusti primo proprietario dello stabilimento, la scoperta della grotta è avvenuta nel 1849. Montecatini Terme, cura delle acque, nata nel 1775 per ordine dell’illuminato granduca Leopoldo II che nato in Toscana l’ha amata rendendola ancor più bella con i suoi acquedotti e stazioni. Montecatini e Monsummano sono centri benessere celebrati nei secoli dai reali italiani ed europei, più recentemente da personaggi famosi di Hollywood.

La piccola città di Quarrata è invece nota per la produzione e commercializzazione di mobili di qualità.

Anche la cioccolata è una delle eccellenze della piana pistoiese chiamata: “Chocolate Valley Toscana” molte aziende a carattere artigianale producono cioccolato rinomato in Italia e non solo.

Pochi sanno che Pistoia ha in ventato la pistola, anche se per amor di verità la cosa non è documentata, cosa certa però che nel medio evo Pistoia aveva dei valenti armaioli per cui lo si può anche pensare, inoltre a volte gli abitanti di Pistoia vengono chiamati pistolesi, sarà una combinazione?

Gli Stati Uniti reclamano l’invenzione (Antonio Meucci docet.) attribuendola a Samuel Colt che nel 1814 gli dette il nome.

All’interno della città abbiamo due chicche, la piazza del Duomo la cui bellezza sta nella sua sobrietà, proseguendo per il centro storico troviamo l’ex nosocomio del “Ceppo” un antico spedale, fondato nel 1277, che secondo la leggenda, il suo nome deriva da un ceppo miracolosamente fiorito durante l'inverno, all’ingresso sulla tettoia con il colonnato, svettano le straordinarie maioliche di Giovanni Della Robbia. Se vogliamo parlare di altre curiosità, passiamo a quelle dolci: Pistoia è una delle maggiori produttrici di confetti. Le prime notizie sui confetti pistoiesi risalgono al Medioevo, quando gli anici confecti vennero utilizzati durante una festa indetta dall'Opera di San Jacopo il 25 luglio 1372.  Pistoia vanta inoltre una produzione di piatti musicali martellati. La U.F.I.P. Unione Fabbricanti Italiani Piatti è un'azienda pistoiese che produce piatti musicali e, pur mantenendo la produzione di piatti per batterie rock, produce anche altri strumenti a percussione come gong, tam tam e campane tubolari.


 PRATO

la provincia più giovane, non per questo meno importante: una ragazzina nata nel 1992, che si è svincolata dall’odiata Firenze, che in passato l’aveva messa a ferro e fuoco un paio di volte.

D'altronde, anche Pistoia era sotto Lucca e solo con l'avvento del fascismo divenne capoluogo della provincia omonima. Va considerato che nel Medioevo la Firenze medicea era in lotta con quasi tutte le altre province, che a loro volta si osteggiavano fra loro; per questo motivo, Firenze, città dei banchieri, non voleva perdere il suo predominio, in particolare lo sbocco a mare, fondamentale per i suoi affari. Ci volle il Granduca per mettere ordine con la fondazione del Granducato di Toscana (1569-1859).

Vernio, Vaiano, Montemurlo, Poggio a Caiano e Carmignano, che erano sotto l’amministrazione fiorentina, sono di fatto passate alla provincia di Prato. In città si possono ammirare il Duomo, con il pulpito disegnato da Donatello in collaborazione con Michelozzo nel Quattrocento, e la fontana del "Pescatorello" del XIX secolo, con un'effige di un piccolo pescatore sulla sommità e due cigni ai lati. La provincia, a est, è caratterizzata dalle colline di Poggio a Caiano e Carmignano, famose per la produzione di un ottimo vino. A Poggio a Caiano si trova la meravigliosa Villa Medicea, costruita per il magnifico Lorenzo da Giuliano da Sangallo nel 1480, un vero gioiello dell'architettura medicea medievale, che nell'800 fu posseduta da Maria Luigia d'Etruria.

Va considerato che nel Medioevo la Firenze medicea era in lotta con quasi tutte le altre province, che a loro volta si osteggiavano fra loro; per questo motivo, Firenze, città dei banchieri, non voleva perdere il suo predominio, in particolare lo sbocco a mare, fondamentale per i suoi affari.

Ci volle il Granduca per mettere ordine con la fondazione del Granducato di Toscana (1569-1859).

Vernio, Vaiano, Montemurlo, Poggio a Caiano e Carmignano, che erano sotto l’amministrazione fiorentina, sono di fatto passate alla provincia di Prato. In città si possono ammirare il Duomo, con il pulpito disegnato da Donatello in collaborazione con Michelozzo nel Quattrocento, e la fontana del "Pescatorello" del XIX secolo, con un'effige di un piccolo pescatore sulla sommità e due cigni ai lati. La provincia, a est, è caratterizzata dalle colline di Poggio a Caiano e Carmignano, famose per la produzione di un ottimo vino. A Poggio a Caiano si trova la meravigliosa Villa Medicea, costruita per il magnifico Lorenzo il Magnifico da Giuliano da Sangallo nel 1480 e considerata un vero gioiello dell'architettura medicea medievale. La villa fu posseduta da Maria Luigia d'Etruria nell'Ottocento. Nel magnifico palazzo comunale di Prato, accanto all'altrettanto splendido palazzo trecentesco del Pretorio, si trova una statua di Francesco di Marco Datini, un signore vissuto fra il XIII e il XIV secolo. Datini, vista l'attività industriale e commerciale della sua città, ebbe un'idea che si diffuse rapidamente in tutto il mondo conosciuto: la cambiale, che allora si chiamava "lettera di cambio". A Datini si attribuisce anche l'invenzione dell'assegno bancario.

SIENA

La città del Palio, in cui le contrade della città gareggiano in una giostra equestre, è famosa in tutto il mondo. Questa tradizione, nata nel tardo XII secolo, si svolge nell’anello della Piazza del Campo e vede i fantini cavalcare a pelo e senza staffe.

Le dispute si tengono il 2 luglio e il 16 agosto, in occasione del Palio dell'Assunta, in onore della Vergine Maria.

La gara si svolge in una piazza enorme che si erge al centro delle contrade: Aquila, Bruco, Chiocciola, Civetta, Drago, Giraffa, Istrice, Leocorno, Lupa, Nicchio, Oca, Onda, Pantera, Selva, Tartuca, Torre e Valdimontone. Come tutte le rievocazioni storiche toscane, anche il Palio ha i suoi sostenitori, alcuni dei quali sono così legati alla propria contrada da arrivare a volte alle mani, non certo per il premio, che è un labaro finemente ricamato, ma per il simbolo della vittoria sulle contrade avversarie, che i contradaioli festeggiano con canti, balli e luculliani banchetti.

In quella piazza si erge la Torre del Mangia, costruita nel 1325 e completata nel 1348, dopo 23 anni. È per altezza la seconda in Italia dopo il Torrazzo di Cremona che s’innalza per 112.54 metri.

In toscana è la più alta con i suoi 88 metri, segue a ruota Firenze con il campanile di Giotto alto 84,70 metri, la torre pendente di Pisa 57 metri e la Torre Guinigi a Lucca con i suoi 44,25 metri.

Quest’ultima torre alberata, al turista appare molto più alta, poiché essendo circondata dai palazzi, guardandola dal basso per vederla nella sua interezza, ci si deve appoggiare al muro del palazzo di fronte. Siena è anche la città dei dolci anch’essi conosciuti ed apprezzati all’estero: Panforte, Ricciarelli e Pan Pepato, delle vere leccornie che allietano i tavoli toscani e non solo, durante le feste natalizie.

La toscana ha tanto fuoco sotto la sua crosta, quindi anche in provincia di Siena ci sono terme per tutti gusti, le più conosciute sono quelle di Petriolo e Rapolano che hanno acque sulfuree e soprattutto note per i sui fanghi bollenti per la cura delle artrosi.

Viaggiando verso Arezzo, c’imbattiamo in incantevoli borghi medioevali, Sinalunga, Torrita di Siena e Bettolle; mentre dirigendosi verso Firenze ne troviamo altrettante: Monteriggioni:  Il Castello di Monteriggioni fu costruito dai senesi per ordinanza del podestà Guelfo da Porcari, in un periodo compreso tra il 1214 e il 1219.  Il terreno, acquistato dalla famiglia nobile Da Staggia, era la sede di un'antica fattoria longobarda, la denominazione di Montis Regis probabilmente indicava un fondo di proprietà regale o che godeva di esenzioni fiscali da parte della corona, la costruzione del castello ad opera della Repubblica di Siena ebbe principalmente scopo difensivo, in quanto il borgo sorse sul monte Ala in posizione di dominio e sorveglianza della strada Francigena, per controllare le valli dell'Elsa e dello Staggia in direzione di Firenze, la storica rivale di Siena.

San Gimignano sorge su un luogo abitato sicuramente dagli etruschi, almeno dal III secolo a.C. Il colle era stato scelto per questioni strategiche, essendo dominante (324 m s.l.m.) sull'alta Val d'Elsa.

Sulle pendici del Poggio del Comune (624 m s.l.m.) si trovano i ruderi di Castelvecchio, un villaggio risalente all'epoca longobarda.

La prima menzione risale al 929. Nel Medioevo, la città si trovava su una delle direttrici della Via Francigena, percorsa da Sigerico, arcivescovo di Canterbury, tra il 990 e il 994, che la segnò come XIX^ tappa del suo itinerario di ritorno da Roma verso l'Inghilterra. Sigerico la nominò Sce Gemiane, segnalandola anche come punto di intersezione con la strada fra Pisa e Siena. Secondo altri, il nome deriverebbe dal santo vescovo di Modena, che avrebbe difeso il villaggio dall'occupazione di Attila.

La prima cinta muraria risale al 998 e comprendeva il poggio di Monte Staffoli, dove già esisteva una rocca. La bellezza di questa città è stata riconosciuta con l’acquisizione del titolo di “Patrimonio dell’umanità”. Non dimentichiamo Certaldo, dove è nato Giovanni Boccaccio, anch’esso esempio di architettura medievale. Da qui, sia verso Empoli che verso il Chianti senese, le viti sono onnipresenti e il vino toscano, sia Chianti Classico che Gallo Nero, è apprezzato dai palati più fini di tutto il mondo.

Ma se dovessimo dare la primogenitura del vino toscano io credo che Gaiole, Radda e Castellina che si trovano sulla vecchia chiantigiana che porta Firenze, nessuno la contesterebbe.

Potremmo dimenticare l'abbazia di San Galgano nel comune di Chiusdino? Il sito è costituito dall'eremo detto "Rotonda di Montesiepi" (quello della spada nella roccia) e dalla grande abbazia cistercense, ora ridotta alle sole mura e completamente in rovina, che rappresenta una meta turistica proprio per questa sua peculiarità che trasporta i visitatori nel Medioevo. 

La mancanza del tetto mette in risalto l'articolazione dell'imponente struttura architettonica classica delle cattedrali gotiche. Il verde che la circonda e la chiesa soprastante, la "Rotonda di Montesiepi", fanno pensare, a chi c'è stato o l'ha vista nei film, alla verde Irlanda.

LA STORIA DI UN BABBEO



La dignità, l’orgoglio, l’altruismo e l’egoismo

 

Antonio era un ragazzo di diciotto anni, nato nella periferia degradata di Firenze, nei pressi di Rifredi. Sua madre, Filomena, amava frequentare chiromanti, streghe e medium. In una seduta, le fu predetto che, riguardo a suo figlio, vedeva tanti Filati.

Sarà stato un caso, ma la cosa si avverò in qualche modo, perché Antonio, dopo una prima esperienza come commesso nel centro di Firenze in un negozio di pizzi e merletti, dove pur guadagnando molto bene, doveva lavorare in nero, non essendo contento, ogni giorno comprava la “Nazione” per guardare gli annunci economici e trovarsi un nuovo lavoro. Un giorno lesse:

 

"Si ricerca commesso per filiale di vendita di macchine da maglieria e affini. Inquadramento: apprendista". Chi fosse interessato si presenti in via Borgo Ognissanti 3 dalle ore 8:00 alle ore 9:30.

 

Antonio, ansioso, si presentò sul posto di buon mattino, ma la filiale era ancora chiusa. Finalmente vide arrivare delle persone, fra cui un giovane massiccio con un giro vita ampio, insomma, per usare un eufemismo, grasso, che subito affrontò il nostro Antonio:

 

"È venuto per l'inserzione?"

Sì, mi sono precipitato perché il lavoro che proponete mi piace;

andiamo nel mio ufficio, ne parliamo»

.

Antonio trovò subito simpatico quell'uomo robusto, il suo modo di fare era da uomo del Nord, diretto e imperioso, e il suo cognome tradiva le sue origini ebraiche: Antonio era in ansia, pensando: "Mi assumerà?". Una volta in ufficio, Antonio fu messo di fronte a un fuoco di fila di domande a cui rispose con sincerità, senza voler compromettere la situazione con qualche gaffe, come gli era successo altre volte. Infatti, il colloquio andò bene e Riccardo Pistoja, con una malcelata soddisfazione, disse:

 

"Ti do subito del tu, sei assunto. Presentati domani mattina alle otto in punto.

Grazie signor Pistoja, sarò puntuale!

 

Per Antonio iniziò un lavoro che gli diede molte soddisfazioni: la paga era buona, i rapporti con i colleghi e con il capo erano ottimi, anche se a quest'ultimo piaceva sadicamente tiranneggiare, assegnando nuovi compiti all'ora di chiusura. Il clima, però, era cameratesco, anche durante la pausa colazione alle dieci, quando si mangiavano panini con tonno e burro, accompagnati da una bevuta di acqua minerale gassata in bottiglie da due litri con rutto libero.

Riccardo Pistoja era un bevitore di acqua gassata e, evidentemente, lo sventramento dello stomaco non lo preoccupava: se ne faceva fuori due litri al giorno, oltre a quella bevuta in compagnia durante la pausa. Era geloso della sua acqua: guai a chi osava avvicinarsi alla bottiglia, se non voleva incappare nelle sue ire. Un giorno Antonio era nella corte retrostante a scaricare alcune casse di ricambi, quando, in uno scaffale dietro la porta socchiusa, vide un bel bottiglione verde appena aperto.

 

«Ti frego, caro Riccardo»

 

Pensò e detto fatto afferrò la bottiglia dandogli un’avida sorsata.

Non c’era nessuno, ma gli occhi gli strabuzzavano dalle orbite, cominciando a sputare come un invasato. Perché questa reazione? Nella bottiglia non c'era acqua, ma alcol denaturato, che serviva per togliere la patina protettiva dai ricambi.

«Mi sta bene» si disse, e, tornando al suo lavoro, pensava: «Meno male che era alcol, pensa se fosse stata varichina». Per questa bravata, Antonio ebbe rigurgiti di alcol per tutto il giorno, tanto è vero che, per precauzione, se voleva fumare una sigaretta, se la faceva accendere dal suo collega Sandro, per paura di fare come i mangiatori di fuoco che si vedono alle fiere provinciali.

Insomma, Antonio era felice di lavorare in quella ditta e fu contento anche quando i boss decisero di trasferirsi in un'altra zona, in un fondo più ampio con un mezzanino per gli uffici e un sottosuolo per il magazzino.

Il trasloco fu molto faticoso a causa delle torture psicologiche del negriero Riccardo, ma la buona notizia fu che Antonio fu promosso da manovale a impiegato di seconda categoria con la mansione di banconiere.

Gli anni passarono in fretta e anche per Antonio arrivò la famosa cartolina rosa: lo Stato richiedeva la sua presenza e quindi doveva partire. Ma, poiché i soldi gli mancavano sempre, chiese al boss di licenziarlo per entrare in possesso della liquidazione. A quel punto, Pistoia irritato gli disse:

 

«Guarda, Antonio, se ti licenzi non ti riassumo, ricordalo!»

Ma signor Pistoja, io ho bisogno di quei soldi! Alla naja ci danno solo 150 lire al giorno, che ci faccio?

Quei soldi mi servono.

Fai come vuoi, ma ricordati quello che ti ho detto: per me una promessa è un debito!

Ok, grazie.

 

I quindici mesi trascorsi al C.A.R. di Orvieto passarono in fretta, quindi, appena congedato, Antonio, tornato alla vita civile, si ripresentò alla CO.M.UT (Costruzione Macchine Utensili) Filiale di Firenze per richiedere il suo posto di lavoro, ma Pistoja non solo non si fece trovare, ma gli fece comunicare dalla Vanna, la capoufficio, che non c’era più posto per lui. Antonio aveva capito che Pistoja, da ebreo errante qual era, non voleva rimangiarsi la parola data: lo aveva promesso e lo stava mantenendo.

CHE FARE ORA? La mamma di Antonio aveva mille risorse e il marito della sua amica Rosanna era un valido rappresentante di piccoli elettrodomestici, come frullatori, rasoi elettrici, ventilatori e simili, quindi glielo affidò per istruirlo alla vendita. Era contenta, si avverava il suo sogno: infatti, suo figlio poteva vestirsi con giacca, camicia e cravatta. Era stufa di lavare vestiti e scarpe sporchi fango, in quanto suo marito, il padre di Antonio, Giordano, faceva guardiafili alla TE.TI (Telefonica Tirrena) e, naturalmente, per antonomasia, non è. Un mestiere che si fa in frac.

Il De Ambrosi portandolo in giro gli insegnava tutti i trucchi del mestiere lo faceva mangiare nei migliori ristoranti e dormire in alberghi più che decorosi. A volte i trucchi non potevano considerarsi etici, come quando presentandosi da un cliente defunto disse alla vedova:

 

Signora Carla anzitutto le mie più sentite condoglianze ma c’è una cosetta che ho timore a dirle, ma lo devo fare; suo marito un mese fa mi aveva fatto un ordine per telefono, ma non voglio certo che lei l’accetti, può tranquillamente disdirlo non c’è nessun problema

 

La signora con le lacrime agli occhi rispose prontamente:

 

"Ci mancherebbe altro, se il mio povero Luigi ha fatto l'ordine, io lo confermo, non fosse altro per onorare la sua memoria, mi dia qua!" Gli firmo la commissione.

 

Naturalmente non era vero niente: infatti, la sera prima in camera d'albergo la commissione, se l'era fatta da sé e ci aveva messo di tutto e di più, da vero avvoltoio.  Quando il De Ambrosi ritenne che Antonio fosse pronto, lo fece assumere dalla ditta SA.GE.MA, di cui lui, da abile intrallazzatore, possedeva la maggioranza delle quote. Si trattava di un buon contratto: prevedeva il rimborso di tutte le spese e una provvigione del 4% sugli ordini procacciati. La retribuzione era davvero ottima, tanto da far andare la mamma di Antonio al settimo cielo, mentre il padre era un po' meno entusiasta, perché avrebbe dovuto prestare la sua FIAT 600, che teneva come un oracolo, al figlio per consentirgli di svolgere il lavoro di rappresentante.

Il nuovo lavoro andava molto bene e Antonio si rese conto che, nonostante la sua timidezza, era un buon venditore. Guadagnava bene, ma la nostalgia dei macchinari non lo abbandonava mai. Quando vedeva un maglificio, con la scusa di chiedere un'informazione, si fermava a parlare con tessitori addetti alle macchine.

Una mattina, prima di recarsi In Lunigiana per lavoro, Antonio volle fare visita ai vecchi colleghi della CO.M.UT e perché no, salutare anche il Dittatore, che appena lo vide lo invitò al mezzanino nel suo ufficio, iniziando un'amabile conversazione:

 

"Allora Antonio, come va?" «La va bene, signor Pistoja. Ho scoperto di essere un bravo venditore e ho un discreto successo, con un buon introito mensile.»

«A si?» E che cosa vendi di bello? Piccoli elettrodomestici, ma mi sono specializzato in prodotti francesi: Calor-ventilatori, Teppaz, fono e valigie, sempre della Calor. E poi i fantastici rasoi elettrici: lì ho fatto proprio strage, con la promozione "se ne compri una dozzina, uno è di regalo". Oltretutto mi diverto a girare e vedere tanta gente, anche se in verità una parte del mio cuore è rimasta in mezzo alle macchine da maglieria.

Azz... mi fai vedere la tua copia della commissione, sempre se ti va? Certo, eccola, la tolgo dalla borsa.

 

Pistoja scorreva avidamente le copie delle commissioni rimaste attaccate al blocco e ogni tanto dalla sua bocca usciva un: «Ah!». Però». Alla fine, riponendo il copia commissione ad Antonio, gli disse:

 

«Se vuoi, con il primo di aprile puoi di nuovo essere dei nostri».

 

Antonio, che non sapeva vendersi, non chiese neppure le condizioni economiche e tornò al suo vecchio mestiere, a cui era particolarmente affezionato. Se avesse voluto, avrebbe potuto ottenere condizioni più vantaggiose, ma senza pensarci troppo rispose con enfasi:

 

"Se non è un pesce d'aprile, accetto volentieri


E ricominciò il tran tran con la CO.M.UT però come addetto alle vendite, fino a quando, nel 1969, il proprietario dell’azienda, un toscano di Monsummano Terme, ebbe la malaugurata idea di morire, lasciando una moglie e un’amante con relativi figli dall’una e dall’altra. Morale della favola, gli eredi, scotennandosi, riuscirono a sputtanarsi tutto in un breve lasso di tempo, tanto da portare l’azienda alla bancarotta, e essere ceduta per soli 120.000.000. Una cifra irrisoria anche per quell'epoca, quindi Antonio e i suoi colleghi si trovarono a fare un improbabile sit-in sul marciapiede davanti alla filiale. Ma i giochi erano fatti e a settembre del 1969 Antonio era nuovamente disoccupato. Antonio tornò nuovamente a spulciare i quotidiani alla ricerca di un nuovo lavoro, ma la cosa non dava i risultati della prima volta e stava intristendosi, perdendo le speranze. Ma una sera, dopo cena, mentre era davanti alla TV, la mamma lo chiamò dicendogli: «Antonio, c’è al telefono il signor Riccardo Pistoja, ti vuole parlare». Antonio si alzò di scatto, sentendo un lieve capogiro dovuto al repentino sbalzo di pressione, e si attaccò alla cornetta. Il suo ex capo gli comunicava che era diventato il direttore commerciale di una ditta di Coccaglio, la RI.MACH. (Ricca, Mazzetti e Chiari). Come prima cosa, voleva aprire una filiale a Firenze offriva ad Antonio la gestione della filiale, la scelta della location e l'assunzione dei collaboratori. Che dite, Antonio avrà accettato? Era il dicembre del 1969 quando Antonio, dopo vari giri, trovò un locale un po’ decentrato nella periferia una parallela della via Pisana, intestata al grande pittore “Antonio del Pollaiolo”. Lo allestì tutto da solo e si cercò, trovandoli, anche i collaboratori: Armando Vegni, il vecchio motocarrista della CO.M.UT, un suo amico di bar; Franco Pasqui, che faceva il tappezziere ma ambiva a fare il venditore; e un esule dall’America Latina, un esperto riparatore di macchine circolari per la produzione di Jersey, presentatogli da un suo amico di sport Aldo Garofalo che come lui era un arbitro di pugilato. L’uomo era rientrato in Italia per un grave lutto familiare e aveva deciso di restarci. Si chiamava Alvaro Avvoltoi. Cominciarono a lavorare e vendevano molto. La ditta aveva fornito a Antonio una Fiat 124, a Franco una Fiat 128 e ad Armando una Fiat 127, tutte rigorosamente color zabaglione, i colori dell'azienda, con tanto di strisce fluorescenti sulle portiere.

Insomma, gli affari andavano a gonfie vele in quel periodo: Antonio guadagnava 220.000 lire al mese più l’1% sulle sue vendite e lo 0,50% sul fatturato totale della filiale. Insomma, per l’epoca era un impiegato privilegiato.

Ma le sirene ogni tanto cantavano per Antonio, che era molto facile da incantare. Infatti, Franco cominciò a dire che stavano lavorando molto bene e che, se si fossero dedicati alla vendita dei ricambi in proprio, avrebbero lavorato solo per loro e non sarebbero più stati sottoposti.

Potevano inoltre vendere macchine usate, ricondizionate e ripararle con l’ausilio di Alvaro, che dopo il lutto aveva ereditato un fondo a Terni che poteva affittare alla nuova società per la propria sede legale e magazzino. Antonio si fece ben presto convincere, con gran dispiacere di Riccardo Pistoja, che prima di lasciarsi volle dargli l'ultimo consiglio:

 

"Stai facendo una sciocchezza, Antonio. Io conosco poco Alvaro, ma Franco   Pasqui non è l'uomo per te. È un egoista e ti darà dei problemi".

"Riccardo, basta consigli. So sbagliare da solo".

 

Dopo quest'ultima sbruffonata di Antonio, i tre si dimisero e solo il vecchio magazziniere restò fedele al capo. I tre moschettieri iniziarono la nuova attività e fondarono una S.N.C. davanti a un notaio. La chiamarono TRICOPAM (Pasqui, Avvoltoi, Maoggi) e, con i pochi soldi racimolati fra loro e parte a debito, si recarono a Milano, dove, da un grossista conosciuto, fecero incetta di materiali.

In poco tempo li vendettero, pagarono il debito e riacquistarono nuovamente, questa volta tutto in contanti. Le cose sembravano andare per il verso giusto, ma dopo il primo anno Antonio si accorse che Franco faceva le ore piccole la notte, sempre a caccia di gallinelle da spennare, e di conseguenza al mattino era sempre in ritardo al lavoro. Dal canto suo, Alvaro non voleva saperne di riparare altre macchine che non fossero quelli della O.MA.TEX – RI.MA.CH, su cui aveva lavorato quando faceva parte della ditta, oltretutto solo quelle, della serie V.R.M, (variazione Rapida delle Maglie) in quanto su quel modello si era specializzato e non voleva in nessuna maniera prendere in considerazione altri tipi o marche.

Inoltre, era un giocatore incallito di poker e aveva spillato un sacco di soldi ai frequentatori del Bar dello Sport lungo l’Arno, fumando a ripetizione. Alla sera, i doppi whisky si sprecavano nei locali fumosi, dove si stava fino a tardi, ma, a differenza di Franco lui era sempre puntuale al lavoro. Un giorno, Antonio si chiese:

 

"Siamo in tre soci, uno lavora mezza giornata, l'altro ripara solo la metà dei macchinari in commercio, insomma, di due se ne fa uno solo, ma gli utili vengono divisi al 33%".

 

Quindi, un giorno, molto irritato, li prese a petto entrambi e disse loro:

 

Soci se non avete l'obiettivo di guadagnare almeno il 25% in più di quello che guadagnavamo da sottoposti, visti i rischi correlati alla conduzione di una società, in qualità di amministratore gli comunicò che prenderò in seria considerazione l'opportunità di mettere la società in liquidazione prima di andare in totale default e magari fallire.

 

I soci annuirono e si andò avanti così per un altro anno, ma le cose non cambiarono affatto: la società arrancava, ma al primo intoppo sarebbero stati guai. Una mattina presto, cosa insolita per lui, Franco comunicò ai suoi soci che aveva deciso di lasciare la società, pretendendo come liquidazione solo la vettura che aveva in uso: una Fiat 131 2000 Diesel. Antonio e Alvaro, anche se a malincuore, accettarono. Ma quando Antonio, in seguito, venne a sapere che Francesco era andato a lavorare per Per Piero, il suo caro amico e ex commilitone, che lui aveva raccomandato alla SA.GE.MA quando l'aveva lasciata per rientrare nella CO.M.UT quando lui faceva il venditore porta a porta di enciclopedie, era giovane come me ed appiedato e la ditta gli anticipò i soldi per acquistare una vetturetta e bontà sua Carlo Reggioli dopo varie fasi riuscì a diventare un depositario di una ditta NARDI di Milano che produceva elettrodomestici da incasso.

la delusione fu molto grande. Franco lo aveva sedotto facendolo dimettere da un posto in cui guadagnava bene ed era il capo.

Carlo, in poco tempo si era fatto una posizione nel settore, partendo come venditore per la "Curcio Editore" era diventato un grosso commerciante. Però, gli portava via un ottimo venditore, nonostante tutti i suoi. Sono colpi che un uomo subisce a freddo e che fa fatica a reggere rischiando il KO.

In un moto d'orgoglio, Antonio affronta Alvaro il socio superstite, e gli dice:

 

"Alvaro, siamo rimasti soli, se la sente di continuare ad andare avanti?". In ogni caso, è necessario che anche lei si impegni nella vendita e nell'ampliamento del campo dei servizi. Lei è un tecnico e i clienti pendono dalle sue labbra, quindi per lei sarà più facile che per me.

Va bene, Antonio, però le devo chiedere di aumentare l'affitto perché è troppo basso, altrimenti ho delle offerte migliori: a 500.000 lire al mese.

 

Come se avesse ricevuto un uppercut allo stomaco, Antonio rispose con un soffio: "Ok, non ci sono problemi". Povero Antonio, cornuto e mazziato! Ma andando avanti con il lavoro, si accorse che Alvaro agiva come prima, anzi, peggio di prima: non vendeva neppure una scatoletta di aghi o una lattina d'olio e il suo campo restava unicamente la riparazione delle macchine. Un giorno, dopo che la situazione era andata avanti per troppo tempo (dal 1970 eravamo arrivati al 1980), in uno scatto d'orgoglio e di rabbia repressa, Antonio si rivolse ad Armando:

 

"Alvaro, non ce la faccio più. Sono l'unico che ha una famiglia, non vedo futuro, non progrediamo e tutto è rimasto come prima, anzi, è peggiorato. Quindi, o lei rileva il rimanente delle quote, oppure mi trovo costretto a liquidare.

 

Risposta secca Di Alvaro:

 

liquidiamo!

 

Nel frattempo, senza volerlo, Antonio trovò un compromesso: cedette le quote societarie a un amico d’infanzia, anche lui proveniente dall’America Latina, aveva bisogno di un marchio per poter lavorare in Italia, perché nel suo Paese i militari avevano preso il potere. Era il periodo in cui le Madri di Plaza de Mayo reclamavano i propri figli desaparecidos, quindi la vita era diventata insostenibile e i commerci erano bloccati.

Vittorio Pinzani che con Antonio aveva lavorato alla CO.M.UT e anche in questo caso era stato Antonio a presentarlo al signor Pistoja, facendolo entrare nel team.

Si erano rivisti e ora lui abitava a Rufina, quindi Antonio gli aveva prospettato la situazione precaria della TRICOPAM, fecero l’affare in pochissimo tempo: Antonio cedette crediti e debiti e, all’atto della stipula davanti al notaio, Antonio dovette, suo malgrado, rimanere in società con una piccola quota del 2% per due anni, in modo che Vittorio potesse acquisire il R.E.C. (Registro Esercenti il Commercio) senza l’obbligo di dover frequentare il corso comunale e il relativo esame d’ammissione, quel due per cento consentiva a Vittorio di acquisirlo d’ufficio essendo Antonio in possesso di quel requisito. Antonio chiese, su consiglio del suo avvocato, di non pretendere alcun compenso né utili, per evitare di essere coinvolto in un eventuale fallimento, essendo tutti i soci della s.n.c. responsabili in solido, a prescindere dalla percentuale di quote di ciascun socio.

Perché questa precauzione? Sapeva bene che Vittorio, essendo rimasti in contatto epistolare durante la sua permanenza in Argentina, era un uomo borderline senza troppi scrupoli e molto leggero nei confronti dei fornitori o delle banche. Quindi, se avesse improvvisamente voluto rientrare in Argentina, avendo il doppio passaporto, lui sarebbe rimasto in brache di tela e in un mare di guai.

Antonio si ritrovò ancora una volta disoccupato, con a carico la moglie Sandra e i figli Michele e Spartaco. Nel frattempo, ebbe un'esperienza con un mascalzone di Milano, tutto chiacchiere e distintivo, che gli offrì la conduzione di un deposito Prato per la rappresentanza di una ditta giapponese aghi per rettilinee, la ORGAN. Ma alla fine, il signor Tripodo gli fece solo girare i soldi e a malapena recuperare le spese. Inoltre, in seguito, si accorse che non erano stati versati neppure i contributi Enasarco, l’ente previdenziale degli agenti di commercio.

Alla ricerca di lavoro, si adattò anche a fare la tentata vendita di mini accessori per una ditta di Calenzano, la Chemital S.a.S (Società in accomandita semplice), che commerciava sempre nel settore il tessile: smacchiatori industriali, oli lubrificanti, Fili appendi cartellini, etichette e sigilli. Viaggiava con un vecchio furgoncino FORD Taunus, il cui sedile aveva una molla che fuoriusciva e che gli dava noia, finché non si decise di mettere una toppa.

Grande amarezza. Aveva conosciuto quattro tipi di egoismo: quello di Franco, che appena appresa la notizia della liquidazione si defilò lasciando a Antonio il cerino acceso; quello dell’Avvoltoi, che nel momento del mare in burrasca non trovò di meglio che aumentargli l’affitto; quello di Vittorio, che aveva strappato le migliori condizioni approfittando del fatto che in quel momento Antonio era disperato e avrebbe fatto di tutto per cedere quella patata bollente; e infine l’egoismo, ma soprattutto l’ingratitudine, di Carlo. Senza domandarsi quale danno psicologico avrebbe fatto all'ex commilitone, gli portò via il socio.

La dignità e l'orgoglio appartengono ad Antonio, che ha tirato la cinghia, si è rimboccato le maniche e ha accettato di fare tutti i lavori da galoppino, dopo essere stato un dirigente. Fortunatamente, Antonio, avendo ormai un'esperienza nel settore, riuscì a farsi assumere dalla ditta GROZ-BECKERT, una società tedesca leader nel settore dell’aguglieria, che gli offrì la gestione del deposito di Prato come impiegato addetto alle vendite, delle regioni dell'Umbria, della Toscana e l’alto Lazio,

Gli attori di questa storia sono tutti deceduti, eccetto lo scrivente e Vittorio, che, separatosi dalla moglie, è tornato in un'Argentina diventata più democratica, con grande rammarico di Antonio, che aveva fondato la TRICOPAM e che la vide morire d'inedia. Ma Antonio, che ha sempre avuto un carattere altruista, ancora prima dei decessi dei due soci e dell'ex commilitone, pur non dimenticando le tribolazioni a cui aveva dovuto sottostare, li ha assolti tutti. Infatti, ha continuato a frequentarli, anche se saltuariamente.

Oggi Antonio è un sereno pensionato, ma ogni tanto, quando una macchina tessile, che oggi sono diveniate computerizzate, la nostalgia lo assale.

 

PS: Questo scritto è stato stilato nel 2018, ed avendo cercato sui social sia Vittorio Pinzani sua moglie Any Cavello trovando la moglie in rete gli comunicò era il 2020 che Vittorio era morto solo nella pampa argentina.