Amarcord - Nostalgia – Remember - adulescentia
Quando si invecchia, nella mente
pullulano ricordi alla Fellini. Al mattino, durante il mio trekking, ho sempre
un turbinio di pensieri, ma uno in particolare mi dà molta nostalgia: "Le
case di tolleranza", i casini, che furono chiusi nel gennaio-febbraio
1958 dalla senatrice socialista Lina Merlin. Allora, nonostante mi
fossero state chiuse le porte in faccia, avevo solo sedici anni e, nonostante
il dispiacere di non avervi potuto accedere, pensavo che non fosse etico che lo
Stato lucrasse sulla prostituzione. Ma quante volte gli ideali accecano?
Oggi la prostituzione si trova per
strada, con le schiave del sesso: ragazze dell'Est, Nigeriane e Albanesi,
sfruttate e schiavizzate senza scrupoli da uomini dei loro paesi d'origine.
Esiste anche la prostituzione di alto bordo, che si trascina dietro soldi,
droga e riciclaggio di denaro sporco. Infine, c'è una prostituzione strisciante
online di ragazzine che si offrono in webcam per una ricarica telefonica. Che dire poi delle letterine e stelline varie
che si danno a uomini vecchi per una piccola parte in uno show? Carissima Lina,
tu che ora sei fra i giusti, se fossi qui forse converresti con me che ti sei
sbagliata. La cosa non goduta è rimasta nella fantasia dell'adolescente che
vedeva questi luoghi come paradisi di voluttà, antri fumosi, rococò, piastrelle
bianche alle pareti, donne velate che giravano in cerchio seminude con sguardi
ammiccanti. Mi sono perso tutto questo. Fantasia era e fantasia rimane. Solo la
filmografia mi ha dato una mano: Federico Fellini con Roma e Tinto Brass con
Paprika. Ma sempre di finzione si è trattato, cosa che ha fatto aumentare quel
sentimento che attanaglia lo stomaco: la nostalgia di un paradiso perduto che
non tornerà mai più.
Questo periodo
ritorna spesso nella mia mente e, quando ciò accade, sorrido malinconicamente.
All'uscita dalla scuola, prima di prendere il filobus per tornare a casa,
facevamo spesso con i miei compagni la capatina in via dell'Amorino, al casinò
più vicino alla fermata del nostro mezzo, "Il Paradisino". Stavamo lì
di fronte con la cartella in mano e, quando uscivano i giovanotti, per noi
quelli di 20 anni erano dei giovanotti, li accoglievamo con una cantilena
"l'hai fatta la trombatina, eh?". Alcuni sorridevano, altri ci
dicevano: "Ragazzi, andate a casa", i più volgari: "La maiala di
Tomà", e noi ridevamo come scemi, come solo gli adolescenti sanno fare. Ci
si divertiva con poco, allora. Insomma, la casa di tolleranza è rimasta
un'esperienza che ho solo sentito raccontare, e le cose che non si sono fatte o
che non si sono vissute lasciano un senso di indefinito dentro di noi.
Questa premessa acerba è servita unicamente per introdurre un'altra situazione che, questa volta, ho vissuto e goduto, ma che, come i casini, non esiste più, cancellata dal tempo, dall'evolversi della cultura generale, dalla televisione e da altri media che l'hanno praticamente uccisa. Ma cosa? Ma lui, l'avanspettacolo, alcuni di voi, i più giovani naturalmente, diranno: "Cos'è? Mai sentito nominare". Ma lo dice chiaramente il nome: avanti allo spettacolo, cioè un varietà che veniva messo in scena dopo la programmazione cinematografica, ma che, in effetti, era l'evento principale e il più atteso.
Una compagnia di avanspettacolo era composta da un capocomico, un cantante o una cantante, una soubrette e un corpo di ballo piuttosto scadente. Tuttavia, era inconsapevolmente un laboratorio e un trampolino di lancio per chi aveva le capacità di comico. Da quei palcoscenici sono emersi attori del calibro di Aldo Fabrizi e Franco Franchi, ma la maggior parte degli interpreti di questa commedia ha concluso la propria carriera nell'oblio di sale fumose e maleodoranti di tabacco. I loro nomi, Marotta e Fanfulla, sono caduti nell'oblio, insieme a quello del capocomico Valdemaro, un livornese verace, dichiaratamente omosessuale, noto per le sue performance che riuscivano a fare teatro nel teatro. I suoi bisticci con il pubblico, che lo prendeva in giro per la sua omosessualità, erano famosi. Lui rispondeva colpo su colpo, con un acume e una dialettica forbita e con il classico intercalare livornese. Così, il pubblico diventava parte integrante dello spettacolo, con le sue battutacce e le frecciate rivolte al comico, ma anche ai cantanti e alle ballerine, accolte con urla da mandriano: "Yahooooo!" quando sfilavano in passerella con i loro fisici esuberanti e che non riuscivano mai ad andare a tempo di musica. Alcune di loro avevano dei grossi buchi nelle calze a rete larga, ma sorridevano a trentadue denti e, agitando le mani circolarmente, lanciavano occhiate maliziose ai ragazzi della prima fila.
A Firenze, credo, l’unico locale
d’avanspettacolo fosse il "Flora"; prima della guerra c’era anche l’Apollo,
ma poi passò dalla rivista scollacciata a quella di nicchia, sicuramente più
gradevole ai palati fini, ma che non riusciva a trasmettere, almeno a noi, la
sensazione di trasgressione e sensualità che ci dava l’avanspettacolo.
Il Flora, oggi una sala d’essai, è stato il progenitore delle multisala: era l’unico cinema di cinquantasei che c’erano a Firenze e le sue due sale erano chiamate SALA e SALONE. La SALA era molto piccola e vi venivano proiettati western e film di guerra provenienti dagli Stati Uniti. In quel
periodo gli americani erano i
liberatori, quindi venivano osannati da Hollywood. Queste pellicole erano un
divertimento per noi e, al termine dei western, c'erano applausi e urla di
gioia. Quando invece i film di guerra finivano con un cliché fisso, che vedeva
i marinai con la divisa bianca e il classico berrettino in fila e sugli attenti
sulla tolda di un sommergibile, con la colonna sonora che sparava a tutto
volume l'Inno dei Marines, noi l'accompagnavamo con il battito dei piedi su un
parquet di legnaccio nero, umido e maleodorante, il tutto accompagnato da
fischi e urla al grido che ci aveva insegnato l’Albertone Nazionale: Uazza
America!


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