La dignità,
l’orgoglio, l’altruismo e l’egoismo
Antonio era un ragazzo di diciotto anni, nato nella periferia degradata di
Firenze, nei pressi di Rifredi. Sua madre, Filomena, amava frequentare
chiromanti, streghe e medium. In una seduta, le fu predetto che, riguardo a suo
figlio, vedeva tanti Filati.
Sarà stato un caso, ma la cosa si avverò in qualche modo, perché Antonio,
dopo una prima esperienza come commesso nel centro di Firenze in un negozio di
pizzi e merletti, dove pur guadagnando molto bene, doveva lavorare in nero, non
essendo contento, ogni giorno comprava la “Nazione” per guardare gli annunci
economici e trovarsi un nuovo lavoro. Un giorno lesse:
"Si ricerca commesso per filiale di vendita di macchine da maglieria
e affini. Inquadramento: apprendista". Chi fosse interessato si presenti
in via Borgo Ognissanti 3 dalle ore 8:00 alle ore 9:30.
Antonio, ansioso, si presentò sul posto di buon mattino, ma la filiale era
ancora chiusa. Finalmente vide arrivare delle persone, fra cui un giovane
massiccio con un giro vita ampio, insomma, per usare un eufemismo, grasso, che
subito affrontò il nostro Antonio:
"È venuto per l'inserzione?"
Sì, mi sono precipitato perché il lavoro che proponete mi piace;
andiamo nel mio ufficio, ne parliamo»
.
Antonio trovò subito simpatico quell'uomo robusto, il suo modo di fare era
da uomo del Nord, diretto e imperioso, e il suo cognome tradiva le sue origini
ebraiche: Antonio era in ansia, pensando: "Mi assumerà?". Una volta
in ufficio, Antonio fu messo di fronte a un fuoco di fila di domande a cui
rispose con sincerità, senza voler compromettere la situazione con qualche
gaffe, come gli era successo altre volte. Infatti, il colloquio andò bene e
Riccardo Pistoja, con una malcelata soddisfazione, disse:
"Ti do subito del tu, sei assunto. Presentati domani mattina alle
otto in punto.
Grazie signor Pistoja, sarò puntuale!
Per Antonio iniziò un lavoro che gli diede molte soddisfazioni: la paga
era buona, i rapporti con i colleghi e con il capo erano ottimi, anche se a
quest'ultimo piaceva sadicamente tiranneggiare, assegnando nuovi compiti
all'ora di chiusura. Il clima, però, era cameratesco, anche durante la pausa
colazione alle dieci, quando si mangiavano panini con tonno e burro,
accompagnati da una bevuta di acqua minerale gassata in bottiglie da due litri
con rutto libero.
Riccardo Pistoja era un bevitore di acqua gassata e, evidentemente, lo
sventramento dello stomaco non lo preoccupava: se ne faceva fuori due litri al
giorno, oltre a quella bevuta in compagnia durante la pausa. Era geloso della
sua acqua: guai a chi osava avvicinarsi alla bottiglia, se non voleva incappare
nelle sue ire. Un giorno Antonio era nella corte retrostante a scaricare alcune
casse di ricambi, quando, in uno scaffale dietro la porta socchiusa, vide un
bel bottiglione verde appena aperto.
«Ti frego, caro Riccardo»
Pensò e detto fatto afferrò la bottiglia dandogli un’avida sorsata.
Non c’era nessuno, ma gli occhi gli strabuzzavano dalle orbite,
cominciando a sputare come un invasato. Perché questa reazione? Nella bottiglia
non c'era acqua, ma alcol denaturato, che serviva per togliere la patina
protettiva dai ricambi.
«Mi sta bene» si disse, e, tornando al suo lavoro, pensava: «Meno
male che era alcol, pensa se fosse stata varichina». Per questa bravata,
Antonio ebbe rigurgiti di alcol per tutto il giorno, tanto è vero che, per
precauzione, se voleva fumare una sigaretta, se la faceva accendere dal suo
collega Sandro, per paura di fare come i mangiatori di fuoco che si vedono alle
fiere provinciali.
Insomma, Antonio era felice di lavorare in quella ditta e fu contento
anche quando i boss decisero di trasferirsi in un'altra zona, in un fondo più
ampio con un mezzanino per gli uffici e un sottosuolo per il magazzino.
Il trasloco fu molto faticoso a causa delle torture psicologiche del
negriero Riccardo, ma la buona notizia fu che Antonio fu promosso da manovale a
impiegato di seconda categoria con la mansione di banconiere.
Gli anni passarono in fretta e anche per Antonio arrivò la famosa
cartolina rosa: lo Stato richiedeva la sua presenza e quindi doveva partire.
Ma, poiché i soldi gli mancavano sempre, chiese al boss di licenziarlo per
entrare in possesso della liquidazione. A quel punto, Pistoia irritato gli
disse:
«Guarda, Antonio, se ti licenzi non ti riassumo, ricordalo!»
Ma signor Pistoja, io ho bisogno di quei soldi! Alla naja ci danno solo
150 lire al giorno, che ci faccio?
Quei soldi mi servono.
Fai come vuoi, ma ricordati quello che ti ho detto: per me una promessa è
un debito!
Ok, grazie.
I quindici mesi trascorsi al C.A.R. di Orvieto passarono in fretta,
quindi, appena congedato, Antonio, tornato alla vita civile, si ripresentò alla
CO.M.UT (Costruzione Macchine Utensili) Filiale di Firenze per richiedere il
suo posto di lavoro, ma Pistoja non solo non si fece trovare, ma gli fece
comunicare dalla Vanna, la capoufficio, che non c’era più posto per lui.
Antonio aveva capito che Pistoja, da ebreo errante qual era, non voleva
rimangiarsi la parola data: lo aveva promesso e lo stava mantenendo.
CHE FARE ORA? La mamma di Antonio aveva mille risorse e il marito della
sua amica Rosanna era un valido rappresentante di piccoli elettrodomestici,
come frullatori, rasoi elettrici, ventilatori e simili, quindi glielo affidò
per istruirlo alla vendita. Era contenta, si avverava il suo sogno: infatti,
suo figlio poteva vestirsi con giacca, camicia e cravatta. Era stufa di lavare
vestiti e scarpe sporchi fango, in quanto suo marito, il padre di Antonio,
Giordano, faceva guardiafili alla TE.TI (Telefonica Tirrena) e, naturalmente,
per antonomasia, non è. Un mestiere che si fa in frac.
Il De Ambrosi portandolo in giro gli insegnava tutti i trucchi del
mestiere lo faceva mangiare nei migliori ristoranti e dormire in alberghi più
che decorosi. A volte i trucchi non potevano considerarsi etici, come quando
presentandosi da un cliente defunto disse alla vedova:
Signora Carla anzitutto le mie più sentite condoglianze ma c’è una cosetta
che ho timore a dirle, ma lo devo fare; suo marito un mese fa mi aveva fatto un
ordine per telefono, ma non voglio certo che lei l’accetti, può tranquillamente
disdirlo non c’è nessun problema
La signora con le lacrime agli occhi rispose prontamente:
"Ci mancherebbe altro, se il mio povero Luigi ha fatto l'ordine, io
lo confermo, non fosse altro per onorare la sua memoria, mi dia qua!" Gli
firmo la commissione.
Naturalmente non era vero niente: infatti, la sera prima in camera
d'albergo la commissione, se l'era fatta da sé e ci aveva messo di tutto e di
più, da vero avvoltoio. Quando il De
Ambrosi ritenne che Antonio fosse pronto, lo fece assumere dalla ditta
SA.GE.MA, di cui lui, da abile intrallazzatore, possedeva la maggioranza delle
quote. Si trattava di un buon contratto: prevedeva il rimborso di tutte le
spese e una provvigione del 4% sugli ordini procacciati. La retribuzione era
davvero ottima, tanto da far andare la mamma di Antonio al settimo cielo,
mentre il padre era un po' meno entusiasta, perché avrebbe dovuto prestare la
sua FIAT 600, che teneva come un oracolo, al figlio per consentirgli di
svolgere il lavoro di rappresentante.
Il nuovo lavoro andava molto bene e Antonio si rese conto che, nonostante
la sua timidezza, era un buon venditore. Guadagnava bene, ma la nostalgia dei
macchinari non lo abbandonava mai. Quando vedeva un maglificio, con la scusa di
chiedere un'informazione, si fermava a parlare con tessitori addetti alle
macchine.
Una mattina, prima di recarsi In Lunigiana per lavoro, Antonio volle fare
visita ai vecchi colleghi della CO.M.UT e perché no, salutare anche il
Dittatore, che appena lo vide lo invitò al mezzanino nel suo ufficio, iniziando
un'amabile conversazione:
"Allora Antonio, come va?" «La va bene, signor Pistoja. Ho
scoperto di essere un bravo venditore e ho un discreto successo, con un buon
introito mensile.»
«A si?» E che cosa vendi di bello? Piccoli elettrodomestici, ma mi sono
specializzato in prodotti francesi: Calor-ventilatori, Teppaz, fono e valigie,
sempre della Calor. E poi i fantastici rasoi elettrici: lì ho fatto proprio
strage, con la promozione "se ne compri una dozzina, uno è di
regalo". Oltretutto mi diverto a girare e vedere tanta gente, anche se in
verità una parte del mio cuore è rimasta in mezzo alle macchine da maglieria.
Azz... mi fai vedere la tua copia della commissione, sempre se ti va?
Certo, eccola, la tolgo dalla borsa.
Pistoja scorreva avidamente le copie delle commissioni rimaste attaccate
al blocco e ogni tanto dalla sua bocca usciva un: «Ah!». Però». Alla fine,
riponendo il copia commissione ad Antonio, gli disse:
«Se vuoi, con il primo di aprile puoi di nuovo essere dei nostri».
Antonio, che non sapeva vendersi, non chiese neppure le condizioni
economiche e tornò al suo vecchio mestiere, a cui era particolarmente
affezionato. Se avesse voluto, avrebbe potuto ottenere condizioni più
vantaggiose, ma senza pensarci troppo rispose con enfasi:
"Se non è un pesce d'aprile, accetto volentieri
E ricominciò il tran tran con la CO.M.UT però come
addetto alle vendite, fino a quando, nel 1969, il proprietario dell’azienda, un
toscano di Monsummano Terme, ebbe la malaugurata idea di morire, lasciando una
moglie e un’amante con relativi figli dall’una e dall’altra. Morale della
favola, gli eredi, scotennandosi, riuscirono a sputtanarsi tutto in un breve
lasso di tempo, tanto da portare l’azienda alla bancarotta, e essere ceduta per
soli 120.000.000. Una cifra irrisoria anche per quell'epoca, quindi Antonio e i
suoi colleghi si trovarono a fare un improbabile sit-in sul marciapiede davanti
alla filiale. Ma i giochi erano fatti e a settembre del 1969 Antonio era
nuovamente disoccupato. Antonio tornò nuovamente a spulciare i quotidiani alla
ricerca di un nuovo lavoro, ma la cosa non dava i risultati della prima volta e
stava intristendosi, perdendo le speranze. Ma una sera, dopo cena, mentre era
davanti alla TV, la mamma lo chiamò dicendogli: «Antonio, c’è al telefono il
signor Riccardo Pistoja, ti vuole parlare». Antonio si alzò di scatto, sentendo
un lieve capogiro dovuto al repentino sbalzo di pressione, e si attaccò alla
cornetta. Il suo ex capo gli comunicava che era diventato il direttore
commerciale di una ditta di Coccaglio, la RI.MACH. (Ricca, Mazzetti e Chiari).
Come prima cosa, voleva aprire una filiale a Firenze offriva ad Antonio la
gestione della filiale, la scelta della location e l'assunzione dei
collaboratori. Che dite, Antonio avrà accettato? Era il dicembre del 1969
quando Antonio, dopo vari giri, trovò un locale un po’ decentrato nella
periferia una parallela della via Pisana, intestata al grande pittore “Antonio
del Pollaiolo”. Lo allestì tutto da solo e si cercò, trovandoli, anche i
collaboratori: Armando Vegni, il vecchio motocarrista della CO.M.UT, un suo
amico di bar; Franco Pasqui, che faceva il tappezziere ma ambiva a fare il
venditore; e un esule dall’America Latina, un esperto riparatore di macchine
circolari per la produzione di Jersey, presentatogli da un suo amico di sport
Aldo Garofalo che come lui era un arbitro di pugilato. L’uomo era rientrato in
Italia per un grave lutto familiare e aveva deciso di restarci. Si chiamava
Alvaro Avvoltoi. Cominciarono a lavorare e vendevano molto. La ditta aveva
fornito a Antonio una Fiat 124, a Franco una Fiat 128 e ad Armando una Fiat
127, tutte rigorosamente color zabaglione, i colori dell'azienda, con tanto di
strisce fluorescenti sulle portiere.
Insomma, gli affari andavano a gonfie vele in quel periodo: Antonio
guadagnava 220.000 lire al mese più l’1% sulle sue vendite e lo 0,50% sul
fatturato totale della filiale. Insomma, per l’epoca era un impiegato
privilegiato.
Ma le sirene ogni tanto cantavano per Antonio, che era molto facile da
incantare. Infatti, Franco cominciò a dire che stavano lavorando molto bene e
che, se si fossero dedicati alla vendita dei ricambi in proprio, avrebbero
lavorato solo per loro e non sarebbero più stati sottoposti.
Potevano inoltre vendere macchine usate, ricondizionate e ripararle con
l’ausilio di Alvaro, che dopo il lutto aveva ereditato un fondo a Terni che
poteva affittare alla nuova società per la propria sede legale e magazzino. Antonio si fece ben presto convincere, con gran
dispiacere di Riccardo Pistoja, che prima di lasciarsi volle dargli l'ultimo
consiglio:
"Stai facendo una sciocchezza, Antonio. Io conosco poco Alvaro, ma
Franco Pasqui non è l'uomo per te. È un egoista e ti darà dei problemi".
"Riccardo, basta consigli. So sbagliare da solo".
Dopo quest'ultima sbruffonata di Antonio, i tre si dimisero e solo il
vecchio magazziniere restò fedele al capo. I tre moschettieri iniziarono la
nuova attività e fondarono una S.N.C. davanti a un notaio. La chiamarono
TRICOPAM (Pasqui, Avvoltoi, Maoggi) e, con i pochi soldi racimolati fra loro e
parte a debito, si recarono a Milano, dove, da un grossista conosciuto, fecero
incetta di materiali.
In poco tempo li vendettero, pagarono il debito e riacquistarono
nuovamente, questa volta tutto in contanti. Le cose sembravano andare per il
verso giusto, ma dopo il primo anno Antonio si accorse che Franco faceva le ore
piccole la notte, sempre a caccia di gallinelle da spennare, e di conseguenza
al mattino era sempre in ritardo al lavoro. Dal canto suo, Alvaro non voleva
saperne di riparare altre macchine che non fossero quelli della O.MA.TEX –
RI.MA.CH, su cui aveva lavorato quando faceva parte della ditta, oltretutto
solo quelle, della serie V.R.M, (variazione Rapida delle Maglie) in quanto su
quel modello si era specializzato e non voleva in nessuna maniera prendere in
considerazione altri tipi o marche.
Inoltre, era un giocatore incallito di poker e aveva spillato un sacco di
soldi ai frequentatori del Bar dello Sport lungo l’Arno, fumando a ripetizione.
Alla sera, i doppi whisky si sprecavano nei locali fumosi, dove si stava fino a
tardi, ma, a differenza di Franco lui era sempre puntuale al lavoro. Un giorno,
Antonio si chiese:
"Siamo in tre soci, uno lavora mezza giornata, l'altro ripara solo
la metà dei macchinari in commercio, insomma, di due se ne fa uno solo, ma gli
utili vengono divisi al 33%".
Quindi, un giorno, molto irritato, li prese a petto entrambi e disse loro:
Soci se non avete l'obiettivo di guadagnare almeno il 25% in più di quello
che guadagnavamo da sottoposti, visti i rischi correlati alla conduzione di una
società, in qualità di amministratore gli comunicò che prenderò in seria
considerazione l'opportunità di mettere la società in liquidazione prima di
andare in totale default e magari fallire.
I soci annuirono e si andò avanti così per un altro anno, ma le cose non
cambiarono affatto: la società arrancava, ma al primo intoppo sarebbero stati
guai. Una mattina presto, cosa insolita per lui, Franco comunicò ai suoi soci
che aveva deciso di lasciare la società, pretendendo come liquidazione solo la
vettura che aveva in uso: una Fiat 131 2000 Diesel. Antonio e Alvaro, anche se
a malincuore, accettarono. Ma quando Antonio, in seguito, venne a sapere che
Francesco era andato a lavorare per Per Piero, il suo caro amico e ex commilitone, che lui aveva raccomandato
alla SA.GE.MA quando l'aveva lasciata per rientrare nella CO.M.UT quando lui
faceva il venditore porta a porta di enciclopedie, era giovane come me ed
appiedato e la ditta gli anticipò i soldi per acquistare una vetturetta e bontà
sua Carlo Reggioli dopo varie fasi riuscì a diventare un depositario di una
ditta NARDI di Milano che produceva elettrodomestici da incasso.
la delusione fu molto grande. Franco lo aveva sedotto facendolo dimettere
da un posto in cui guadagnava bene ed era il capo.
Carlo, in poco tempo si era fatto una posizione nel settore, partendo come
venditore per la "Curcio Editore" era diventato un grosso
commerciante. Però, gli portava via un ottimo venditore, nonostante tutti i
suoi. Sono colpi che un uomo subisce a freddo e che fa fatica a reggere
rischiando il KO.
In un moto d'orgoglio, Antonio affronta Alvaro il socio superstite, e gli
dice:
"Alvaro, siamo rimasti soli, se la sente di continuare ad andare
avanti?". In ogni caso, è necessario che anche lei si impegni nella
vendita e nell'ampliamento del campo dei servizi. Lei è un tecnico e i clienti
pendono dalle sue labbra, quindi per lei sarà più facile che per me.
Va bene, Antonio, però le devo chiedere di aumentare l'affitto perché è
troppo basso, altrimenti ho delle offerte migliori: a 500.000 lire al mese.
Come se avesse ricevuto un uppercut allo stomaco, Antonio rispose con un
soffio: "Ok, non ci sono problemi". Povero Antonio, cornuto e
mazziato! Ma andando avanti con il lavoro, si accorse che Alvaro agiva come
prima, anzi, peggio di prima: non vendeva neppure una scatoletta di aghi o una
lattina d'olio e il suo campo restava unicamente la riparazione delle macchine.
Un giorno, dopo che la situazione era andata avanti per troppo tempo (dal 1970
eravamo arrivati al 1980), in uno scatto d'orgoglio e di rabbia repressa,
Antonio si rivolse ad Armando:
"Alvaro, non ce la faccio più. Sono l'unico che ha una famiglia, non
vedo futuro, non progrediamo e tutto è rimasto come prima, anzi, è peggiorato.
Quindi, o lei rileva il rimanente delle quote, oppure mi trovo costretto a
liquidare.
Risposta secca Di Alvaro:
liquidiamo!
Nel frattempo, senza volerlo, Antonio trovò un compromesso: cedette le
quote societarie a un amico d’infanzia, anche lui proveniente dall’America
Latina, aveva bisogno di un marchio per poter lavorare in Italia, perché nel
suo Paese i militari avevano preso il potere. Era il periodo in cui le Madri di
Plaza de Mayo reclamavano i propri figli desaparecidos, quindi la vita era
diventata insostenibile e i commerci erano bloccati.
Vittorio Pinzani che con Antonio aveva lavorato alla CO.M.UT e anche in
questo caso era stato Antonio a presentarlo al signor Pistoja, facendolo
entrare nel team.
Si erano rivisti e ora lui abitava a Rufina, quindi Antonio gli aveva
prospettato la situazione precaria della TRICOPAM, fecero l’affare in
pochissimo tempo: Antonio cedette crediti e debiti e, all’atto della stipula
davanti al notaio, Antonio dovette, suo malgrado, rimanere in società con una
piccola quota del 2% per due anni, in modo che Vittorio potesse acquisire il
R.E.C. (Registro Esercenti il Commercio) senza l’obbligo di dover frequentare
il corso comunale e il relativo esame d’ammissione, quel due per cento
consentiva a Vittorio di acquisirlo d’ufficio essendo Antonio in possesso di
quel requisito. Antonio chiese, su consiglio del suo avvocato, di non
pretendere alcun compenso né utili, per evitare di essere coinvolto in un
eventuale fallimento, essendo tutti i soci della s.n.c. responsabili in solido,
a prescindere dalla percentuale di quote di ciascun socio.
Perché questa precauzione? Sapeva bene che Vittorio, essendo rimasti in
contatto epistolare durante la sua permanenza in Argentina, era un uomo
borderline senza troppi scrupoli e molto leggero nei confronti dei fornitori o
delle banche. Quindi, se avesse improvvisamente voluto rientrare in Argentina,
avendo il doppio passaporto, lui sarebbe rimasto in brache di tela e in un mare
di guai.
Antonio si ritrovò ancora una volta disoccupato, con a carico la moglie
Sandra e i figli Michele e Spartaco. Nel frattempo, ebbe un'esperienza con un
mascalzone di Milano, tutto chiacchiere e distintivo, che gli offrì la
conduzione di un deposito Prato per la rappresentanza di una ditta giapponese
aghi per rettilinee, la ORGAN. Ma alla fine, il signor Tripodo gli fece solo
girare i soldi e a malapena recuperare le spese. Inoltre, in seguito, si
accorse che non erano stati versati neppure i contributi Enasarco, l’ente
previdenziale degli agenti di commercio.
Alla ricerca di lavoro, si adattò anche a fare la tentata vendita di mini
accessori per una ditta di Calenzano, la Chemital S.a.S (Società in accomandita
semplice), che commerciava sempre nel settore il tessile: smacchiatori
industriali, oli lubrificanti, Fili appendi cartellini, etichette e sigilli.
Viaggiava con un vecchio furgoncino FORD Taunus, il cui sedile aveva una molla
che fuoriusciva e che gli dava noia, finché non si decise di mettere una toppa.
Grande amarezza. Aveva conosciuto quattro tipi di egoismo: quello di
Franco, che appena appresa la notizia della liquidazione si defilò lasciando a
Antonio il cerino acceso; quello dell’Avvoltoi, che nel momento del mare in
burrasca non trovò di meglio che aumentargli l’affitto; quello di Vittorio, che
aveva strappato le migliori condizioni approfittando del fatto che in quel
momento Antonio era disperato e avrebbe fatto di tutto per cedere quella patata
bollente; e infine l’egoismo, ma soprattutto l’ingratitudine, di Carlo. Senza
domandarsi quale danno psicologico avrebbe fatto all'ex commilitone, gli portò
via il socio.
La dignità e l'orgoglio appartengono ad Antonio, che ha tirato la cinghia,
si è rimboccato le maniche e ha accettato di fare tutti i lavori da galoppino,
dopo essere stato un dirigente. Fortunatamente, Antonio, avendo ormai
un'esperienza nel settore, riuscì a farsi assumere dalla ditta GROZ-BECKERT,
una società tedesca leader nel settore dell’aguglieria, che gli offrì la
gestione del deposito di Prato come impiegato addetto alle vendite, delle
regioni dell'Umbria, della Toscana e l’alto Lazio,
Gli attori di questa storia sono tutti deceduti, eccetto lo scrivente e
Vittorio, che, separatosi dalla moglie, è tornato in un'Argentina diventata più
democratica, con grande rammarico di Antonio, che aveva fondato la TRICOPAM e
che la vide morire d'inedia. Ma Antonio, che ha sempre avuto un carattere
altruista, ancora prima dei decessi dei due soci e dell'ex commilitone, pur non
dimenticando le tribolazioni a cui aveva dovuto sottostare, li ha assolti
tutti. Infatti, ha continuato a frequentarli, anche se saltuariamente.
Oggi Antonio è un sereno pensionato, ma ogni tanto, quando una macchina
tessile, che oggi sono diveniate computerizzate, la nostalgia lo assale.
PS: Questo scritto è stato stilato nel 2018, ed avendo cercato sui social sia Vittorio Pinzani sua moglie Any Cavello trovando la moglie in rete gli comunicò era il 2020 che Vittorio era morto solo nella pampa argentina.

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