CHI SONO

Mi chiamo Antonio Maoggi sono un fiorentino nato sotto le bombe dell’ultima guerra, da ragazzo avevo grandi sogni di scrivere, ma bisognava andare a lavorare per aiutare la famiglia e, questo è successo, però la passione è rimasta, ma lavoro, famiglia e figli me lo hanno impedito. Una volta libero come pensionato ho preso carta, penna ed ho cominciato a scrivere e non mi sono fermato più e tutt’ora sto scrivendo l’ultimo racconto. I miei lavori sono tutti inseriti in questo blog in basso sulla fascia lateralmente a destra e, se qualcuno fosse interessato, basta che lo comunichi, e tramite mail che vorrete cortesemente comunicarvi, invierò gratuitamente il racconto in formato PDF, poiché scrivere è fantastico, ma essere letto lo è ancora di più! mascansa@outlook.it

mercoledì 24 dicembre 2025

LA STORIA DI UN BABBEO



La dignità, l’orgoglio, l’altruismo e l’egoismo

 

Antonio era un ragazzo di diciotto anni, nato nella periferia degradata di Firenze, nei pressi di Rifredi. Sua madre, Filomena, amava frequentare chiromanti, streghe e medium. In una seduta, le fu predetto che, riguardo a suo figlio, vedeva tanti Filati.

Sarà stato un caso, ma la cosa si avverò in qualche modo, perché Antonio, dopo una prima esperienza come commesso nel centro di Firenze in un negozio di pizzi e merletti, dove pur guadagnando molto bene, doveva lavorare in nero, non essendo contento, ogni giorno comprava la “Nazione” per guardare gli annunci economici e trovarsi un nuovo lavoro. Un giorno lesse:

 

"Si ricerca commesso per filiale di vendita di macchine da maglieria e affini. Inquadramento: apprendista". Chi fosse interessato si presenti in via Borgo Ognissanti 3 dalle ore 8:00 alle ore 9:30.

 

Antonio, ansioso, si presentò sul posto di buon mattino, ma la filiale era ancora chiusa. Finalmente vide arrivare delle persone, fra cui un giovane massiccio con un giro vita ampio, insomma, per usare un eufemismo, grasso, che subito affrontò il nostro Antonio:

 

"È venuto per l'inserzione?"

Sì, mi sono precipitato perché il lavoro che proponete mi piace;

andiamo nel mio ufficio, ne parliamo»

.

Antonio trovò subito simpatico quell'uomo robusto, il suo modo di fare era da uomo del Nord, diretto e imperioso, e il suo cognome tradiva le sue origini ebraiche: Antonio era in ansia, pensando: "Mi assumerà?". Una volta in ufficio, Antonio fu messo di fronte a un fuoco di fila di domande a cui rispose con sincerità, senza voler compromettere la situazione con qualche gaffe, come gli era successo altre volte. Infatti, il colloquio andò bene e Riccardo Pistoja, con una malcelata soddisfazione, disse:

 

"Ti do subito del tu, sei assunto. Presentati domani mattina alle otto in punto.

Grazie signor Pistoja, sarò puntuale!

 

Per Antonio iniziò un lavoro che gli diede molte soddisfazioni: la paga era buona, i rapporti con i colleghi e con il capo erano ottimi, anche se a quest'ultimo piaceva sadicamente tiranneggiare, assegnando nuovi compiti all'ora di chiusura. Il clima, però, era cameratesco, anche durante la pausa colazione alle dieci, quando si mangiavano panini con tonno e burro, accompagnati da una bevuta di acqua minerale gassata in bottiglie da due litri con rutto libero.

Riccardo Pistoja era un bevitore di acqua gassata e, evidentemente, lo sventramento dello stomaco non lo preoccupava: se ne faceva fuori due litri al giorno, oltre a quella bevuta in compagnia durante la pausa. Era geloso della sua acqua: guai a chi osava avvicinarsi alla bottiglia, se non voleva incappare nelle sue ire. Un giorno Antonio era nella corte retrostante a scaricare alcune casse di ricambi, quando, in uno scaffale dietro la porta socchiusa, vide un bel bottiglione verde appena aperto.

 

«Ti frego, caro Riccardo»

 

Pensò e detto fatto afferrò la bottiglia dandogli un’avida sorsata.

Non c’era nessuno, ma gli occhi gli strabuzzavano dalle orbite, cominciando a sputare come un invasato. Perché questa reazione? Nella bottiglia non c'era acqua, ma alcol denaturato, che serviva per togliere la patina protettiva dai ricambi.

«Mi sta bene» si disse, e, tornando al suo lavoro, pensava: «Meno male che era alcol, pensa se fosse stata varichina». Per questa bravata, Antonio ebbe rigurgiti di alcol per tutto il giorno, tanto è vero che, per precauzione, se voleva fumare una sigaretta, se la faceva accendere dal suo collega Sandro, per paura di fare come i mangiatori di fuoco che si vedono alle fiere provinciali.

Insomma, Antonio era felice di lavorare in quella ditta e fu contento anche quando i boss decisero di trasferirsi in un'altra zona, in un fondo più ampio con un mezzanino per gli uffici e un sottosuolo per il magazzino.

Il trasloco fu molto faticoso a causa delle torture psicologiche del negriero Riccardo, ma la buona notizia fu che Antonio fu promosso da manovale a impiegato di seconda categoria con la mansione di banconiere.

Gli anni passarono in fretta e anche per Antonio arrivò la famosa cartolina rosa: lo Stato richiedeva la sua presenza e quindi doveva partire. Ma, poiché i soldi gli mancavano sempre, chiese al boss di licenziarlo per entrare in possesso della liquidazione. A quel punto, Pistoia irritato gli disse:

 

«Guarda, Antonio, se ti licenzi non ti riassumo, ricordalo!»

Ma signor Pistoja, io ho bisogno di quei soldi! Alla naja ci danno solo 150 lire al giorno, che ci faccio?

Quei soldi mi servono.

Fai come vuoi, ma ricordati quello che ti ho detto: per me una promessa è un debito!

Ok, grazie.

 

I quindici mesi trascorsi al C.A.R. di Orvieto passarono in fretta, quindi, appena congedato, Antonio, tornato alla vita civile, si ripresentò alla CO.M.UT (Costruzione Macchine Utensili) Filiale di Firenze per richiedere il suo posto di lavoro, ma Pistoja non solo non si fece trovare, ma gli fece comunicare dalla Vanna, la capoufficio, che non c’era più posto per lui. Antonio aveva capito che Pistoja, da ebreo errante qual era, non voleva rimangiarsi la parola data: lo aveva promesso e lo stava mantenendo.

CHE FARE ORA? La mamma di Antonio aveva mille risorse e il marito della sua amica Rosanna era un valido rappresentante di piccoli elettrodomestici, come frullatori, rasoi elettrici, ventilatori e simili, quindi glielo affidò per istruirlo alla vendita. Era contenta, si avverava il suo sogno: infatti, suo figlio poteva vestirsi con giacca, camicia e cravatta. Era stufa di lavare vestiti e scarpe sporchi fango, in quanto suo marito, il padre di Antonio, Giordano, faceva guardiafili alla TE.TI (Telefonica Tirrena) e, naturalmente, per antonomasia, non è. Un mestiere che si fa in frac.

Il De Ambrosi portandolo in giro gli insegnava tutti i trucchi del mestiere lo faceva mangiare nei migliori ristoranti e dormire in alberghi più che decorosi. A volte i trucchi non potevano considerarsi etici, come quando presentandosi da un cliente defunto disse alla vedova:

 

Signora Carla anzitutto le mie più sentite condoglianze ma c’è una cosetta che ho timore a dirle, ma lo devo fare; suo marito un mese fa mi aveva fatto un ordine per telefono, ma non voglio certo che lei l’accetti, può tranquillamente disdirlo non c’è nessun problema

 

La signora con le lacrime agli occhi rispose prontamente:

 

"Ci mancherebbe altro, se il mio povero Luigi ha fatto l'ordine, io lo confermo, non fosse altro per onorare la sua memoria, mi dia qua!" Gli firmo la commissione.

 

Naturalmente non era vero niente: infatti, la sera prima in camera d'albergo la commissione, se l'era fatta da sé e ci aveva messo di tutto e di più, da vero avvoltoio.  Quando il De Ambrosi ritenne che Antonio fosse pronto, lo fece assumere dalla ditta SA.GE.MA, di cui lui, da abile intrallazzatore, possedeva la maggioranza delle quote. Si trattava di un buon contratto: prevedeva il rimborso di tutte le spese e una provvigione del 4% sugli ordini procacciati. La retribuzione era davvero ottima, tanto da far andare la mamma di Antonio al settimo cielo, mentre il padre era un po' meno entusiasta, perché avrebbe dovuto prestare la sua FIAT 600, che teneva come un oracolo, al figlio per consentirgli di svolgere il lavoro di rappresentante.

Il nuovo lavoro andava molto bene e Antonio si rese conto che, nonostante la sua timidezza, era un buon venditore. Guadagnava bene, ma la nostalgia dei macchinari non lo abbandonava mai. Quando vedeva un maglificio, con la scusa di chiedere un'informazione, si fermava a parlare con tessitori addetti alle macchine.

Una mattina, prima di recarsi In Lunigiana per lavoro, Antonio volle fare visita ai vecchi colleghi della CO.M.UT e perché no, salutare anche il Dittatore, che appena lo vide lo invitò al mezzanino nel suo ufficio, iniziando un'amabile conversazione:

 

"Allora Antonio, come va?" «La va bene, signor Pistoja. Ho scoperto di essere un bravo venditore e ho un discreto successo, con un buon introito mensile.»

«A si?» E che cosa vendi di bello? Piccoli elettrodomestici, ma mi sono specializzato in prodotti francesi: Calor-ventilatori, Teppaz, fono e valigie, sempre della Calor. E poi i fantastici rasoi elettrici: lì ho fatto proprio strage, con la promozione "se ne compri una dozzina, uno è di regalo". Oltretutto mi diverto a girare e vedere tanta gente, anche se in verità una parte del mio cuore è rimasta in mezzo alle macchine da maglieria.

Azz... mi fai vedere la tua copia della commissione, sempre se ti va? Certo, eccola, la tolgo dalla borsa.

 

Pistoja scorreva avidamente le copie delle commissioni rimaste attaccate al blocco e ogni tanto dalla sua bocca usciva un: «Ah!». Però». Alla fine, riponendo il copia commissione ad Antonio, gli disse:

 

«Se vuoi, con il primo di aprile puoi di nuovo essere dei nostri».

 

Antonio, che non sapeva vendersi, non chiese neppure le condizioni economiche e tornò al suo vecchio mestiere, a cui era particolarmente affezionato. Se avesse voluto, avrebbe potuto ottenere condizioni più vantaggiose, ma senza pensarci troppo rispose con enfasi:

 

"Se non è un pesce d'aprile, accetto volentieri


E ricominciò il tran tran con la CO.M.UT però come addetto alle vendite, fino a quando, nel 1969, il proprietario dell’azienda, un toscano di Monsummano Terme, ebbe la malaugurata idea di morire, lasciando una moglie e un’amante con relativi figli dall’una e dall’altra. Morale della favola, gli eredi, scotennandosi, riuscirono a sputtanarsi tutto in un breve lasso di tempo, tanto da portare l’azienda alla bancarotta, e essere ceduta per soli 120.000.000. Una cifra irrisoria anche per quell'epoca, quindi Antonio e i suoi colleghi si trovarono a fare un improbabile sit-in sul marciapiede davanti alla filiale. Ma i giochi erano fatti e a settembre del 1969 Antonio era nuovamente disoccupato. Antonio tornò nuovamente a spulciare i quotidiani alla ricerca di un nuovo lavoro, ma la cosa non dava i risultati della prima volta e stava intristendosi, perdendo le speranze. Ma una sera, dopo cena, mentre era davanti alla TV, la mamma lo chiamò dicendogli: «Antonio, c’è al telefono il signor Riccardo Pistoja, ti vuole parlare». Antonio si alzò di scatto, sentendo un lieve capogiro dovuto al repentino sbalzo di pressione, e si attaccò alla cornetta. Il suo ex capo gli comunicava che era diventato il direttore commerciale di una ditta di Coccaglio, la RI.MACH. (Ricca, Mazzetti e Chiari). Come prima cosa, voleva aprire una filiale a Firenze offriva ad Antonio la gestione della filiale, la scelta della location e l'assunzione dei collaboratori. Che dite, Antonio avrà accettato? Era il dicembre del 1969 quando Antonio, dopo vari giri, trovò un locale un po’ decentrato nella periferia una parallela della via Pisana, intestata al grande pittore “Antonio del Pollaiolo”. Lo allestì tutto da solo e si cercò, trovandoli, anche i collaboratori: Armando Vegni, il vecchio motocarrista della CO.M.UT, un suo amico di bar; Franco Pasqui, che faceva il tappezziere ma ambiva a fare il venditore; e un esule dall’America Latina, un esperto riparatore di macchine circolari per la produzione di Jersey, presentatogli da un suo amico di sport Aldo Garofalo che come lui era un arbitro di pugilato. L’uomo era rientrato in Italia per un grave lutto familiare e aveva deciso di restarci. Si chiamava Alvaro Avvoltoi. Cominciarono a lavorare e vendevano molto. La ditta aveva fornito a Antonio una Fiat 124, a Franco una Fiat 128 e ad Armando una Fiat 127, tutte rigorosamente color zabaglione, i colori dell'azienda, con tanto di strisce fluorescenti sulle portiere.

Insomma, gli affari andavano a gonfie vele in quel periodo: Antonio guadagnava 220.000 lire al mese più l’1% sulle sue vendite e lo 0,50% sul fatturato totale della filiale. Insomma, per l’epoca era un impiegato privilegiato.

Ma le sirene ogni tanto cantavano per Antonio, che era molto facile da incantare. Infatti, Franco cominciò a dire che stavano lavorando molto bene e che, se si fossero dedicati alla vendita dei ricambi in proprio, avrebbero lavorato solo per loro e non sarebbero più stati sottoposti.

Potevano inoltre vendere macchine usate, ricondizionate e ripararle con l’ausilio di Alvaro, che dopo il lutto aveva ereditato un fondo a Terni che poteva affittare alla nuova società per la propria sede legale e magazzino. Antonio si fece ben presto convincere, con gran dispiacere di Riccardo Pistoja, che prima di lasciarsi volle dargli l'ultimo consiglio:

 

"Stai facendo una sciocchezza, Antonio. Io conosco poco Alvaro, ma Franco   Pasqui non è l'uomo per te. È un egoista e ti darà dei problemi".

"Riccardo, basta consigli. So sbagliare da solo".

 

Dopo quest'ultima sbruffonata di Antonio, i tre si dimisero e solo il vecchio magazziniere restò fedele al capo. I tre moschettieri iniziarono la nuova attività e fondarono una S.N.C. davanti a un notaio. La chiamarono TRICOPAM (Pasqui, Avvoltoi, Maoggi) e, con i pochi soldi racimolati fra loro e parte a debito, si recarono a Milano, dove, da un grossista conosciuto, fecero incetta di materiali.

In poco tempo li vendettero, pagarono il debito e riacquistarono nuovamente, questa volta tutto in contanti. Le cose sembravano andare per il verso giusto, ma dopo il primo anno Antonio si accorse che Franco faceva le ore piccole la notte, sempre a caccia di gallinelle da spennare, e di conseguenza al mattino era sempre in ritardo al lavoro. Dal canto suo, Alvaro non voleva saperne di riparare altre macchine che non fossero quelli della O.MA.TEX – RI.MA.CH, su cui aveva lavorato quando faceva parte della ditta, oltretutto solo quelle, della serie V.R.M, (variazione Rapida delle Maglie) in quanto su quel modello si era specializzato e non voleva in nessuna maniera prendere in considerazione altri tipi o marche.

Inoltre, era un giocatore incallito di poker e aveva spillato un sacco di soldi ai frequentatori del Bar dello Sport lungo l’Arno, fumando a ripetizione. Alla sera, i doppi whisky si sprecavano nei locali fumosi, dove si stava fino a tardi, ma, a differenza di Franco lui era sempre puntuale al lavoro. Un giorno, Antonio si chiese:

 

"Siamo in tre soci, uno lavora mezza giornata, l'altro ripara solo la metà dei macchinari in commercio, insomma, di due se ne fa uno solo, ma gli utili vengono divisi al 33%".

 

Quindi, un giorno, molto irritato, li prese a petto entrambi e disse loro:

 

Soci se non avete l'obiettivo di guadagnare almeno il 25% in più di quello che guadagnavamo da sottoposti, visti i rischi correlati alla conduzione di una società, in qualità di amministratore gli comunicò che prenderò in seria considerazione l'opportunità di mettere la società in liquidazione prima di andare in totale default e magari fallire.

 

I soci annuirono e si andò avanti così per un altro anno, ma le cose non cambiarono affatto: la società arrancava, ma al primo intoppo sarebbero stati guai. Una mattina presto, cosa insolita per lui, Franco comunicò ai suoi soci che aveva deciso di lasciare la società, pretendendo come liquidazione solo la vettura che aveva in uso: una Fiat 131 2000 Diesel. Antonio e Alvaro, anche se a malincuore, accettarono. Ma quando Antonio, in seguito, venne a sapere che Francesco era andato a lavorare per Per Piero, il suo caro amico e ex commilitone, che lui aveva raccomandato alla SA.GE.MA quando l'aveva lasciata per rientrare nella CO.M.UT quando lui faceva il venditore porta a porta di enciclopedie, era giovane come me ed appiedato e la ditta gli anticipò i soldi per acquistare una vetturetta e bontà sua Carlo Reggioli dopo varie fasi riuscì a diventare un depositario di una ditta NARDI di Milano che produceva elettrodomestici da incasso.

la delusione fu molto grande. Franco lo aveva sedotto facendolo dimettere da un posto in cui guadagnava bene ed era il capo.

Carlo, in poco tempo si era fatto una posizione nel settore, partendo come venditore per la "Curcio Editore" era diventato un grosso commerciante. Però, gli portava via un ottimo venditore, nonostante tutti i suoi. Sono colpi che un uomo subisce a freddo e che fa fatica a reggere rischiando il KO.

In un moto d'orgoglio, Antonio affronta Alvaro il socio superstite, e gli dice:

 

"Alvaro, siamo rimasti soli, se la sente di continuare ad andare avanti?". In ogni caso, è necessario che anche lei si impegni nella vendita e nell'ampliamento del campo dei servizi. Lei è un tecnico e i clienti pendono dalle sue labbra, quindi per lei sarà più facile che per me.

Va bene, Antonio, però le devo chiedere di aumentare l'affitto perché è troppo basso, altrimenti ho delle offerte migliori: a 500.000 lire al mese.

 

Come se avesse ricevuto un uppercut allo stomaco, Antonio rispose con un soffio: "Ok, non ci sono problemi". Povero Antonio, cornuto e mazziato! Ma andando avanti con il lavoro, si accorse che Alvaro agiva come prima, anzi, peggio di prima: non vendeva neppure una scatoletta di aghi o una lattina d'olio e il suo campo restava unicamente la riparazione delle macchine. Un giorno, dopo che la situazione era andata avanti per troppo tempo (dal 1970 eravamo arrivati al 1980), in uno scatto d'orgoglio e di rabbia repressa, Antonio si rivolse ad Armando:

 

"Alvaro, non ce la faccio più. Sono l'unico che ha una famiglia, non vedo futuro, non progrediamo e tutto è rimasto come prima, anzi, è peggiorato. Quindi, o lei rileva il rimanente delle quote, oppure mi trovo costretto a liquidare.

 

Risposta secca Di Alvaro:

 

liquidiamo!

 

Nel frattempo, senza volerlo, Antonio trovò un compromesso: cedette le quote societarie a un amico d’infanzia, anche lui proveniente dall’America Latina, aveva bisogno di un marchio per poter lavorare in Italia, perché nel suo Paese i militari avevano preso il potere. Era il periodo in cui le Madri di Plaza de Mayo reclamavano i propri figli desaparecidos, quindi la vita era diventata insostenibile e i commerci erano bloccati.

Vittorio Pinzani che con Antonio aveva lavorato alla CO.M.UT e anche in questo caso era stato Antonio a presentarlo al signor Pistoja, facendolo entrare nel team.

Si erano rivisti e ora lui abitava a Rufina, quindi Antonio gli aveva prospettato la situazione precaria della TRICOPAM, fecero l’affare in pochissimo tempo: Antonio cedette crediti e debiti e, all’atto della stipula davanti al notaio, Antonio dovette, suo malgrado, rimanere in società con una piccola quota del 2% per due anni, in modo che Vittorio potesse acquisire il R.E.C. (Registro Esercenti il Commercio) senza l’obbligo di dover frequentare il corso comunale e il relativo esame d’ammissione, quel due per cento consentiva a Vittorio di acquisirlo d’ufficio essendo Antonio in possesso di quel requisito. Antonio chiese, su consiglio del suo avvocato, di non pretendere alcun compenso né utili, per evitare di essere coinvolto in un eventuale fallimento, essendo tutti i soci della s.n.c. responsabili in solido, a prescindere dalla percentuale di quote di ciascun socio.

Perché questa precauzione? Sapeva bene che Vittorio, essendo rimasti in contatto epistolare durante la sua permanenza in Argentina, era un uomo borderline senza troppi scrupoli e molto leggero nei confronti dei fornitori o delle banche. Quindi, se avesse improvvisamente voluto rientrare in Argentina, avendo il doppio passaporto, lui sarebbe rimasto in brache di tela e in un mare di guai.

Antonio si ritrovò ancora una volta disoccupato, con a carico la moglie Sandra e i figli Michele e Spartaco. Nel frattempo, ebbe un'esperienza con un mascalzone di Milano, tutto chiacchiere e distintivo, che gli offrì la conduzione di un deposito Prato per la rappresentanza di una ditta giapponese aghi per rettilinee, la ORGAN. Ma alla fine, il signor Tripodo gli fece solo girare i soldi e a malapena recuperare le spese. Inoltre, in seguito, si accorse che non erano stati versati neppure i contributi Enasarco, l’ente previdenziale degli agenti di commercio.

Alla ricerca di lavoro, si adattò anche a fare la tentata vendita di mini accessori per una ditta di Calenzano, la Chemital S.a.S (Società in accomandita semplice), che commerciava sempre nel settore il tessile: smacchiatori industriali, oli lubrificanti, Fili appendi cartellini, etichette e sigilli. Viaggiava con un vecchio furgoncino FORD Taunus, il cui sedile aveva una molla che fuoriusciva e che gli dava noia, finché non si decise di mettere una toppa.

Grande amarezza. Aveva conosciuto quattro tipi di egoismo: quello di Franco, che appena appresa la notizia della liquidazione si defilò lasciando a Antonio il cerino acceso; quello dell’Avvoltoi, che nel momento del mare in burrasca non trovò di meglio che aumentargli l’affitto; quello di Vittorio, che aveva strappato le migliori condizioni approfittando del fatto che in quel momento Antonio era disperato e avrebbe fatto di tutto per cedere quella patata bollente; e infine l’egoismo, ma soprattutto l’ingratitudine, di Carlo. Senza domandarsi quale danno psicologico avrebbe fatto all'ex commilitone, gli portò via il socio.

La dignità e l'orgoglio appartengono ad Antonio, che ha tirato la cinghia, si è rimboccato le maniche e ha accettato di fare tutti i lavori da galoppino, dopo essere stato un dirigente. Fortunatamente, Antonio, avendo ormai un'esperienza nel settore, riuscì a farsi assumere dalla ditta GROZ-BECKERT, una società tedesca leader nel settore dell’aguglieria, che gli offrì la gestione del deposito di Prato come impiegato addetto alle vendite, delle regioni dell'Umbria, della Toscana e l’alto Lazio,

Gli attori di questa storia sono tutti deceduti, eccetto lo scrivente e Vittorio, che, separatosi dalla moglie, è tornato in un'Argentina diventata più democratica, con grande rammarico di Antonio, che aveva fondato la TRICOPAM e che la vide morire d'inedia. Ma Antonio, che ha sempre avuto un carattere altruista, ancora prima dei decessi dei due soci e dell'ex commilitone, pur non dimenticando le tribolazioni a cui aveva dovuto sottostare, li ha assolti tutti. Infatti, ha continuato a frequentarli, anche se saltuariamente.

Oggi Antonio è un sereno pensionato, ma ogni tanto, quando una macchina tessile, che oggi sono diveniate computerizzate, la nostalgia lo assale.

 

PS: Questo scritto è stato stilato nel 2018, ed avendo cercato sui social sia Vittorio Pinzani sua moglie Any Cavello trovando la moglie in rete gli comunicò era il 2020 che Vittorio era morto solo nella pampa argentina. 

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