CHI SONO

Mi chiamo Antonio Maoggi sono un fiorentino nato sotto le bombe dell’ultima guerra, da ragazzo avevo grandi sogni di scrivere, ma bisognava andare a lavorare per aiutare la famiglia e, questo è successo, però la passione è rimasta, ma lavoro, famiglia e figli me lo hanno impedito. Una volta libero come pensionato ho preso carta, penna ed ho cominciato a scrivere e non mi sono fermato più e tutt’ora sto scrivendo l’ultimo racconto. I miei lavori sono tutti inseriti in questo blog in basso sulla fascia lateralmente a destra e, se qualcuno fosse interessato, basta che lo comunichi, e tramite mail che vorrete cortesemente comunicarvi, invierò gratuitamente il racconto in formato PDF, poiché scrivere è fantastico, ma essere letto lo è ancora di più! mascansa@outlook.it

mercoledì 24 dicembre 2025

LA STORIA DI UN BABBEO



La dignità, l’orgoglio, l’altruismo e l’egoismo

 

Antonio era un ragazzo di diciotto anni, nato nella periferia degradata di Firenze, nei pressi di Rifredi. Sua madre, Filomena, amava frequentare chiromanti, streghe e medium. In una seduta, le fu predetto che, riguardo a suo figlio, vedeva tanti Filati.

Sarà stato un caso, ma la cosa si avverò in qualche modo, perché Antonio, dopo una prima esperienza come commesso nel centro di Firenze in un negozio di pizzi e merletti, dove pur guadagnando molto bene, doveva lavorare in nero, non essendo contento, ogni giorno comprava la “Nazione” per guardare gli annunci economici e trovarsi un nuovo lavoro. Un giorno lesse:

 

"Si ricerca commesso per filiale di vendita di macchine da maglieria e affini. Inquadramento: apprendista". Chi fosse interessato si presenti in via Borgo Ognissanti 3 dalle ore 8:00 alle ore 9:30.

 

Antonio, ansioso, si presentò sul posto di buon mattino, ma la filiale era ancora chiusa. Finalmente vide arrivare delle persone, fra cui un giovane massiccio con un giro vita ampio, insomma, per usare un eufemismo, grasso, che subito affrontò il nostro Antonio:

 

"È venuto per l'inserzione?"

Sì, mi sono precipitato perché il lavoro che proponete mi piace;

andiamo nel mio ufficio, ne parliamo»

.

Antonio trovò subito simpatico quell'uomo robusto, il suo modo di fare era da uomo del Nord, diretto e imperioso, e il suo cognome tradiva le sue origini ebraiche: Antonio era in ansia, pensando: "Mi assumerà?". Una volta in ufficio, Antonio fu messo di fronte a un fuoco di fila di domande a cui rispose con sincerità, senza voler compromettere la situazione con qualche gaffe, come gli era successo altre volte. Infatti, il colloquio andò bene e Riccardo Pistoja, con una malcelata soddisfazione, disse:

 

"Ti do subito del tu, sei assunto. Presentati domani mattina alle otto in punto.

Grazie signor Pistoja, sarò puntuale!

 

Per Antonio iniziò un lavoro che gli diede molte soddisfazioni: la paga era buona, i rapporti con i colleghi e con il capo erano ottimi, anche se a quest'ultimo piaceva sadicamente tiranneggiare, assegnando nuovi compiti all'ora di chiusura. Il clima, però, era cameratesco, anche durante la pausa colazione alle dieci, quando si mangiavano panini con tonno e burro, accompagnati da una bevuta di acqua minerale gassata in bottiglie da due litri con rutto libero.

Riccardo Pistoja era un bevitore di acqua gassata e, evidentemente, lo sventramento dello stomaco non lo preoccupava: se ne faceva fuori due litri al giorno, oltre a quella bevuta in compagnia durante la pausa. Era geloso della sua acqua: guai a chi osava avvicinarsi alla bottiglia, se non voleva incappare nelle sue ire. Un giorno Antonio era nella corte retrostante a scaricare alcune casse di ricambi, quando, in uno scaffale dietro la porta socchiusa, vide un bel bottiglione verde appena aperto.

 

«Ti frego, caro Riccardo»

 

Pensò e detto fatto afferrò la bottiglia dandogli un’avida sorsata.

Non c’era nessuno, ma gli occhi gli strabuzzavano dalle orbite, cominciando a sputare come un invasato. Perché questa reazione? Nella bottiglia non c'era acqua, ma alcol denaturato, che serviva per togliere la patina protettiva dai ricambi.

«Mi sta bene» si disse, e, tornando al suo lavoro, pensava: «Meno male che era alcol, pensa se fosse stata varichina». Per questa bravata, Antonio ebbe rigurgiti di alcol per tutto il giorno, tanto è vero che, per precauzione, se voleva fumare una sigaretta, se la faceva accendere dal suo collega Sandro, per paura di fare come i mangiatori di fuoco che si vedono alle fiere provinciali.

Insomma, Antonio era felice di lavorare in quella ditta e fu contento anche quando i boss decisero di trasferirsi in un'altra zona, in un fondo più ampio con un mezzanino per gli uffici e un sottosuolo per il magazzino.

Il trasloco fu molto faticoso a causa delle torture psicologiche del negriero Riccardo, ma la buona notizia fu che Antonio fu promosso da manovale a impiegato di seconda categoria con la mansione di banconiere.

Gli anni passarono in fretta e anche per Antonio arrivò la famosa cartolina rosa: lo Stato richiedeva la sua presenza e quindi doveva partire. Ma, poiché i soldi gli mancavano sempre, chiese al boss di licenziarlo per entrare in possesso della liquidazione. A quel punto, Pistoia irritato gli disse:

 

«Guarda, Antonio, se ti licenzi non ti riassumo, ricordalo!»

Ma signor Pistoja, io ho bisogno di quei soldi! Alla naja ci danno solo 150 lire al giorno, che ci faccio?

Quei soldi mi servono.

Fai come vuoi, ma ricordati quello che ti ho detto: per me una promessa è un debito!

Ok, grazie.

 

I quindici mesi trascorsi al C.A.R. di Orvieto passarono in fretta, quindi, appena congedato, Antonio, tornato alla vita civile, si ripresentò alla CO.M.UT (Costruzione Macchine Utensili) Filiale di Firenze per richiedere il suo posto di lavoro, ma Pistoja non solo non si fece trovare, ma gli fece comunicare dalla Vanna, la capoufficio, che non c’era più posto per lui. Antonio aveva capito che Pistoja, da ebreo errante qual era, non voleva rimangiarsi la parola data: lo aveva promesso e lo stava mantenendo.

CHE FARE ORA? La mamma di Antonio aveva mille risorse e il marito della sua amica Rosanna era un valido rappresentante di piccoli elettrodomestici, come frullatori, rasoi elettrici, ventilatori e simili, quindi glielo affidò per istruirlo alla vendita. Era contenta, si avverava il suo sogno: infatti, suo figlio poteva vestirsi con giacca, camicia e cravatta. Era stufa di lavare vestiti e scarpe sporchi fango, in quanto suo marito, il padre di Antonio, Giordano, faceva guardiafili alla TE.TI (Telefonica Tirrena) e, naturalmente, per antonomasia, non è. Un mestiere che si fa in frac.

Il De Ambrosi portandolo in giro gli insegnava tutti i trucchi del mestiere lo faceva mangiare nei migliori ristoranti e dormire in alberghi più che decorosi. A volte i trucchi non potevano considerarsi etici, come quando presentandosi da un cliente defunto disse alla vedova:

 

Signora Carla anzitutto le mie più sentite condoglianze ma c’è una cosetta che ho timore a dirle, ma lo devo fare; suo marito un mese fa mi aveva fatto un ordine per telefono, ma non voglio certo che lei l’accetti, può tranquillamente disdirlo non c’è nessun problema

 

La signora con le lacrime agli occhi rispose prontamente:

 

"Ci mancherebbe altro, se il mio povero Luigi ha fatto l'ordine, io lo confermo, non fosse altro per onorare la sua memoria, mi dia qua!" Gli firmo la commissione.

 

Naturalmente non era vero niente: infatti, la sera prima in camera d'albergo la commissione, se l'era fatta da sé e ci aveva messo di tutto e di più, da vero avvoltoio.  Quando il De Ambrosi ritenne che Antonio fosse pronto, lo fece assumere dalla ditta SA.GE.MA, di cui lui, da abile intrallazzatore, possedeva la maggioranza delle quote. Si trattava di un buon contratto: prevedeva il rimborso di tutte le spese e una provvigione del 4% sugli ordini procacciati. La retribuzione era davvero ottima, tanto da far andare la mamma di Antonio al settimo cielo, mentre il padre era un po' meno entusiasta, perché avrebbe dovuto prestare la sua FIAT 600, che teneva come un oracolo, al figlio per consentirgli di svolgere il lavoro di rappresentante.

Il nuovo lavoro andava molto bene e Antonio si rese conto che, nonostante la sua timidezza, era un buon venditore. Guadagnava bene, ma la nostalgia dei macchinari non lo abbandonava mai. Quando vedeva un maglificio, con la scusa di chiedere un'informazione, si fermava a parlare con tessitori addetti alle macchine.

Una mattina, prima di recarsi In Lunigiana per lavoro, Antonio volle fare visita ai vecchi colleghi della CO.M.UT e perché no, salutare anche il Dittatore, che appena lo vide lo invitò al mezzanino nel suo ufficio, iniziando un'amabile conversazione:

 

"Allora Antonio, come va?" «La va bene, signor Pistoja. Ho scoperto di essere un bravo venditore e ho un discreto successo, con un buon introito mensile.»

«A si?» E che cosa vendi di bello? Piccoli elettrodomestici, ma mi sono specializzato in prodotti francesi: Calor-ventilatori, Teppaz, fono e valigie, sempre della Calor. E poi i fantastici rasoi elettrici: lì ho fatto proprio strage, con la promozione "se ne compri una dozzina, uno è di regalo". Oltretutto mi diverto a girare e vedere tanta gente, anche se in verità una parte del mio cuore è rimasta in mezzo alle macchine da maglieria.

Azz... mi fai vedere la tua copia della commissione, sempre se ti va? Certo, eccola, la tolgo dalla borsa.

 

Pistoja scorreva avidamente le copie delle commissioni rimaste attaccate al blocco e ogni tanto dalla sua bocca usciva un: «Ah!». Però». Alla fine, riponendo il copia commissione ad Antonio, gli disse:

 

«Se vuoi, con il primo di aprile puoi di nuovo essere dei nostri».

 

Antonio, che non sapeva vendersi, non chiese neppure le condizioni economiche e tornò al suo vecchio mestiere, a cui era particolarmente affezionato. Se avesse voluto, avrebbe potuto ottenere condizioni più vantaggiose, ma senza pensarci troppo rispose con enfasi:

 

"Se non è un pesce d'aprile, accetto volentieri


E ricominciò il tran tran con la CO.M.UT però come addetto alle vendite, fino a quando, nel 1969, il proprietario dell’azienda, un toscano di Monsummano Terme, ebbe la malaugurata idea di morire, lasciando una moglie e un’amante con relativi figli dall’una e dall’altra. Morale della favola, gli eredi, scotennandosi, riuscirono a sputtanarsi tutto in un breve lasso di tempo, tanto da portare l’azienda alla bancarotta, e essere ceduta per soli 120.000.000. Una cifra irrisoria anche per quell'epoca, quindi Antonio e i suoi colleghi si trovarono a fare un improbabile sit-in sul marciapiede davanti alla filiale. Ma i giochi erano fatti e a settembre del 1969 Antonio era nuovamente disoccupato. Antonio tornò nuovamente a spulciare i quotidiani alla ricerca di un nuovo lavoro, ma la cosa non dava i risultati della prima volta e stava intristendosi, perdendo le speranze. Ma una sera, dopo cena, mentre era davanti alla TV, la mamma lo chiamò dicendogli: «Antonio, c’è al telefono il signor Riccardo Pistoja, ti vuole parlare». Antonio si alzò di scatto, sentendo un lieve capogiro dovuto al repentino sbalzo di pressione, e si attaccò alla cornetta. Il suo ex capo gli comunicava che era diventato il direttore commerciale di una ditta di Coccaglio, la RI.MACH. (Ricca, Mazzetti e Chiari). Come prima cosa, voleva aprire una filiale a Firenze offriva ad Antonio la gestione della filiale, la scelta della location e l'assunzione dei collaboratori. Che dite, Antonio avrà accettato? Era il dicembre del 1969 quando Antonio, dopo vari giri, trovò un locale un po’ decentrato nella periferia una parallela della via Pisana, intestata al grande pittore “Antonio del Pollaiolo”. Lo allestì tutto da solo e si cercò, trovandoli, anche i collaboratori: Armando Vegni, il vecchio motocarrista della CO.M.UT, un suo amico di bar; Franco Pasqui, che faceva il tappezziere ma ambiva a fare il venditore; e un esule dall’America Latina, un esperto riparatore di macchine circolari per la produzione di Jersey, presentatogli da un suo amico di sport Aldo Garofalo che come lui era un arbitro di pugilato. L’uomo era rientrato in Italia per un grave lutto familiare e aveva deciso di restarci. Si chiamava Alvaro Avvoltoi. Cominciarono a lavorare e vendevano molto. La ditta aveva fornito a Antonio una Fiat 124, a Franco una Fiat 128 e ad Armando una Fiat 127, tutte rigorosamente color zabaglione, i colori dell'azienda, con tanto di strisce fluorescenti sulle portiere.

Insomma, gli affari andavano a gonfie vele in quel periodo: Antonio guadagnava 220.000 lire al mese più l’1% sulle sue vendite e lo 0,50% sul fatturato totale della filiale. Insomma, per l’epoca era un impiegato privilegiato.

Ma le sirene ogni tanto cantavano per Antonio, che era molto facile da incantare. Infatti, Franco cominciò a dire che stavano lavorando molto bene e che, se si fossero dedicati alla vendita dei ricambi in proprio, avrebbero lavorato solo per loro e non sarebbero più stati sottoposti.

Potevano inoltre vendere macchine usate, ricondizionate e ripararle con l’ausilio di Alvaro, che dopo il lutto aveva ereditato un fondo a Terni che poteva affittare alla nuova società per la propria sede legale e magazzino. Antonio si fece ben presto convincere, con gran dispiacere di Riccardo Pistoja, che prima di lasciarsi volle dargli l'ultimo consiglio:

 

"Stai facendo una sciocchezza, Antonio. Io conosco poco Alvaro, ma Franco   Pasqui non è l'uomo per te. È un egoista e ti darà dei problemi".

"Riccardo, basta consigli. So sbagliare da solo".

 

Dopo quest'ultima sbruffonata di Antonio, i tre si dimisero e solo il vecchio magazziniere restò fedele al capo. I tre moschettieri iniziarono la nuova attività e fondarono una S.N.C. davanti a un notaio. La chiamarono TRICOPAM (Pasqui, Avvoltoi, Maoggi) e, con i pochi soldi racimolati fra loro e parte a debito, si recarono a Milano, dove, da un grossista conosciuto, fecero incetta di materiali.

In poco tempo li vendettero, pagarono il debito e riacquistarono nuovamente, questa volta tutto in contanti. Le cose sembravano andare per il verso giusto, ma dopo il primo anno Antonio si accorse che Franco faceva le ore piccole la notte, sempre a caccia di gallinelle da spennare, e di conseguenza al mattino era sempre in ritardo al lavoro. Dal canto suo, Alvaro non voleva saperne di riparare altre macchine che non fossero quelli della O.MA.TEX – RI.MA.CH, su cui aveva lavorato quando faceva parte della ditta, oltretutto solo quelle, della serie V.R.M, (variazione Rapida delle Maglie) in quanto su quel modello si era specializzato e non voleva in nessuna maniera prendere in considerazione altri tipi o marche.

Inoltre, era un giocatore incallito di poker e aveva spillato un sacco di soldi ai frequentatori del Bar dello Sport lungo l’Arno, fumando a ripetizione. Alla sera, i doppi whisky si sprecavano nei locali fumosi, dove si stava fino a tardi, ma, a differenza di Franco lui era sempre puntuale al lavoro. Un giorno, Antonio si chiese:

 

"Siamo in tre soci, uno lavora mezza giornata, l'altro ripara solo la metà dei macchinari in commercio, insomma, di due se ne fa uno solo, ma gli utili vengono divisi al 33%".

 

Quindi, un giorno, molto irritato, li prese a petto entrambi e disse loro:

 

Soci se non avete l'obiettivo di guadagnare almeno il 25% in più di quello che guadagnavamo da sottoposti, visti i rischi correlati alla conduzione di una società, in qualità di amministratore gli comunicò che prenderò in seria considerazione l'opportunità di mettere la società in liquidazione prima di andare in totale default e magari fallire.

 

I soci annuirono e si andò avanti così per un altro anno, ma le cose non cambiarono affatto: la società arrancava, ma al primo intoppo sarebbero stati guai. Una mattina presto, cosa insolita per lui, Franco comunicò ai suoi soci che aveva deciso di lasciare la società, pretendendo come liquidazione solo la vettura che aveva in uso: una Fiat 131 2000 Diesel. Antonio e Alvaro, anche se a malincuore, accettarono. Ma quando Antonio, in seguito, venne a sapere che Francesco era andato a lavorare per Per Piero, il suo caro amico e ex commilitone, che lui aveva raccomandato alla SA.GE.MA quando l'aveva lasciata per rientrare nella CO.M.UT quando lui faceva il venditore porta a porta di enciclopedie, era giovane come me ed appiedato e la ditta gli anticipò i soldi per acquistare una vetturetta e bontà sua Carlo Reggioli dopo varie fasi riuscì a diventare un depositario di una ditta NARDI di Milano che produceva elettrodomestici da incasso.

la delusione fu molto grande. Franco lo aveva sedotto facendolo dimettere da un posto in cui guadagnava bene ed era il capo.

Carlo, in poco tempo si era fatto una posizione nel settore, partendo come venditore per la "Curcio Editore" era diventato un grosso commerciante. Però, gli portava via un ottimo venditore, nonostante tutti i suoi. Sono colpi che un uomo subisce a freddo e che fa fatica a reggere rischiando il KO.

In un moto d'orgoglio, Antonio affronta Alvaro il socio superstite, e gli dice:

 

"Alvaro, siamo rimasti soli, se la sente di continuare ad andare avanti?". In ogni caso, è necessario che anche lei si impegni nella vendita e nell'ampliamento del campo dei servizi. Lei è un tecnico e i clienti pendono dalle sue labbra, quindi per lei sarà più facile che per me.

Va bene, Antonio, però le devo chiedere di aumentare l'affitto perché è troppo basso, altrimenti ho delle offerte migliori: a 500.000 lire al mese.

 

Come se avesse ricevuto un uppercut allo stomaco, Antonio rispose con un soffio: "Ok, non ci sono problemi". Povero Antonio, cornuto e mazziato! Ma andando avanti con il lavoro, si accorse che Alvaro agiva come prima, anzi, peggio di prima: non vendeva neppure una scatoletta di aghi o una lattina d'olio e il suo campo restava unicamente la riparazione delle macchine. Un giorno, dopo che la situazione era andata avanti per troppo tempo (dal 1970 eravamo arrivati al 1980), in uno scatto d'orgoglio e di rabbia repressa, Antonio si rivolse ad Armando:

 

"Alvaro, non ce la faccio più. Sono l'unico che ha una famiglia, non vedo futuro, non progrediamo e tutto è rimasto come prima, anzi, è peggiorato. Quindi, o lei rileva il rimanente delle quote, oppure mi trovo costretto a liquidare.

 

Risposta secca Di Alvaro:

 

liquidiamo!

 

Nel frattempo, senza volerlo, Antonio trovò un compromesso: cedette le quote societarie a un amico d’infanzia, anche lui proveniente dall’America Latina, aveva bisogno di un marchio per poter lavorare in Italia, perché nel suo Paese i militari avevano preso il potere. Era il periodo in cui le Madri di Plaza de Mayo reclamavano i propri figli desaparecidos, quindi la vita era diventata insostenibile e i commerci erano bloccati.

Vittorio Pinzani che con Antonio aveva lavorato alla CO.M.UT e anche in questo caso era stato Antonio a presentarlo al signor Pistoja, facendolo entrare nel team.

Si erano rivisti e ora lui abitava a Rufina, quindi Antonio gli aveva prospettato la situazione precaria della TRICOPAM, fecero l’affare in pochissimo tempo: Antonio cedette crediti e debiti e, all’atto della stipula davanti al notaio, Antonio dovette, suo malgrado, rimanere in società con una piccola quota del 2% per due anni, in modo che Vittorio potesse acquisire il R.E.C. (Registro Esercenti il Commercio) senza l’obbligo di dover frequentare il corso comunale e il relativo esame d’ammissione, quel due per cento consentiva a Vittorio di acquisirlo d’ufficio essendo Antonio in possesso di quel requisito. Antonio chiese, su consiglio del suo avvocato, di non pretendere alcun compenso né utili, per evitare di essere coinvolto in un eventuale fallimento, essendo tutti i soci della s.n.c. responsabili in solido, a prescindere dalla percentuale di quote di ciascun socio.

Perché questa precauzione? Sapeva bene che Vittorio, essendo rimasti in contatto epistolare durante la sua permanenza in Argentina, era un uomo borderline senza troppi scrupoli e molto leggero nei confronti dei fornitori o delle banche. Quindi, se avesse improvvisamente voluto rientrare in Argentina, avendo il doppio passaporto, lui sarebbe rimasto in brache di tela e in un mare di guai.

Antonio si ritrovò ancora una volta disoccupato, con a carico la moglie Sandra e i figli Michele e Spartaco. Nel frattempo, ebbe un'esperienza con un mascalzone di Milano, tutto chiacchiere e distintivo, che gli offrì la conduzione di un deposito Prato per la rappresentanza di una ditta giapponese aghi per rettilinee, la ORGAN. Ma alla fine, il signor Tripodo gli fece solo girare i soldi e a malapena recuperare le spese. Inoltre, in seguito, si accorse che non erano stati versati neppure i contributi Enasarco, l’ente previdenziale degli agenti di commercio.

Alla ricerca di lavoro, si adattò anche a fare la tentata vendita di mini accessori per una ditta di Calenzano, la Chemital S.a.S (Società in accomandita semplice), che commerciava sempre nel settore il tessile: smacchiatori industriali, oli lubrificanti, Fili appendi cartellini, etichette e sigilli. Viaggiava con un vecchio furgoncino FORD Taunus, il cui sedile aveva una molla che fuoriusciva e che gli dava noia, finché non si decise di mettere una toppa.

Grande amarezza. Aveva conosciuto quattro tipi di egoismo: quello di Franco, che appena appresa la notizia della liquidazione si defilò lasciando a Antonio il cerino acceso; quello dell’Avvoltoi, che nel momento del mare in burrasca non trovò di meglio che aumentargli l’affitto; quello di Vittorio, che aveva strappato le migliori condizioni approfittando del fatto che in quel momento Antonio era disperato e avrebbe fatto di tutto per cedere quella patata bollente; e infine l’egoismo, ma soprattutto l’ingratitudine, di Carlo. Senza domandarsi quale danno psicologico avrebbe fatto all'ex commilitone, gli portò via il socio.

La dignità e l'orgoglio appartengono ad Antonio, che ha tirato la cinghia, si è rimboccato le maniche e ha accettato di fare tutti i lavori da galoppino, dopo essere stato un dirigente. Fortunatamente, Antonio, avendo ormai un'esperienza nel settore, riuscì a farsi assumere dalla ditta GROZ-BECKERT, una società tedesca leader nel settore dell’aguglieria, che gli offrì la gestione del deposito di Prato come impiegato addetto alle vendite, delle regioni dell'Umbria, della Toscana e l’alto Lazio,

Gli attori di questa storia sono tutti deceduti, eccetto lo scrivente e Vittorio, che, separatosi dalla moglie, è tornato in un'Argentina diventata più democratica, con grande rammarico di Antonio, che aveva fondato la TRICOPAM e che la vide morire d'inedia. Ma Antonio, che ha sempre avuto un carattere altruista, ancora prima dei decessi dei due soci e dell'ex commilitone, pur non dimenticando le tribolazioni a cui aveva dovuto sottostare, li ha assolti tutti. Infatti, ha continuato a frequentarli, anche se saltuariamente.

Oggi Antonio è un sereno pensionato, ma ogni tanto, quando una macchina tessile, che oggi sono diveniate computerizzate, la nostalgia lo assale.

 

PS: Questo scritto è stato stilato nel 2018, ed avendo cercato sui social sia Vittorio Pinzani sua moglie Any Cavello trovando la moglie in rete gli comunicò era il 2020 che Vittorio era morto solo nella pampa argentina. 

lunedì 22 dicembre 2025

NON TUTTI HANNO AVUTO LA FORTUNA DI AVERE UNA MOGLIE TESTIMONE DI GEOVA

 

NON TUTTI HANNO AVUTO LA FORTUNA DI AVERE UNA MOGLIE TESTIMONE DI GEOVA 

 

Mi chiamo Antonio, sono un uomo anziano e ho sempre avuto una fede politica di sinistra. In campo religioso, invece, mi considero un agnostico con tendenze atee. Insomma, per capirci, non credo in un Dio con la barba, ma non ho mai negato l’esistenza di Gesù Cristo. Le scritture parlano chiaro: ma lo considero solo un rivoluzionario che combatteva contro le ingiustizie e lo strapotere dell’Impero romano e dei suoi lacchè israeliti, ma non l’ho mai considerato un dio.
Un giorno, per strada, incontrai un ragazzo di nome Stefano che, presentandosi come Testimone di Geova, mi parlò della Bibbia. Allora, un po' per il mio essere un uomo liberale, sempre pronto ad ascoltare chiunque, un po' per la mia innata curiosità verso le varie religioni, gli dissi:
 
La mia casa è sempre aperta quando vuoi, ma ti prego non cercare di catechizzarmi perché ho delle convinzioni molto forti e radicate.
 
Stefano gli rispose:
 
Nessun problema, quando passo di qui ti suono il campanello.
 
E fu così: grandi chiacchierate di ore, ma pur essendo molto interessato a ciò che la Bibbia diceva, non si sentiva folgorato e quindi disse a Stefano di non perdere altro tempo, capendo perfettamente che il suo compito era quello di seguire ciò che Cristo aveva detto ai suoi discepoli:
 
-Andate e portate il mio verbo.
 
Ma, per un'empatia e una simpatia nate fra i due, e anche perché era un ex venditore, non voleva che Stefano perdesse tempo a sbattere contro un muro di gomma, quando fuori poteva esserci un potenziale adepto.
Ma cosa era accaduto in seguito? Mia moglie, mentre e in casa parlavo con Stefano, rimase molto colpita da ciò che lui diceva, quindi volle iniziare uno studio con lui. Contemporaneamente, mi sentii libero da quell'impegno e diventai a mia volta un uditore occasionale. Era all'incirca il 1997: Stefano frequentava regolarmente la nostra casa, ma un giorno, dovendo cambiare il suo campo d’azione, disse a mia moglie Sandra che avrebbe mandato, sempre che lei fosse d'accordo, una collega, anzi, una sorella. Aggettivo, tra l'altro, abbastanza comune: Misericordia, Croce Rossa Italiana, Suore cattoliche e, in passato, anche le infermiere con il velo venivano chiamate così. Infatti, al posto di Stefano, arrivò in casa una signora di nome Deanna, con cui Sandra iniziò a studiare la Bibbia e, nel prosieguo degli incontri, diventò anche amica.La situazione è andata avanti per molto tempo. Sandra ha cominciato a frequentare i T.d.G: cene, convivi, ricorrenze, sempre con me. Insomma, pur rimanendo fedele al mio credo politico, mi sono accertato che Sandra frequentasse persone perbene, timorate di Dio e ligie ai suoi comandamenti. Mi sentivo bene, anche perché avevo senpre detto che, pur non avendo una fede se non quella politica, capivo la richiesta di spiritualità in un mondo così violento e non ho mai contestato nessuna delle fedi religiose, a meno che non predicassero la violenza.
Tutto questo preambolo perché? Il seguito di questo breve scritto è stato prima vergato a mano e poi con il PC da me, un uomo da considerare un osservatore neutrale, in quanto privo di ogni vincolo con i TdG, se non quello matrimoniale con Sandra. È in questa veste che S. vuole fare l'avvocato difensore di questo gruppo di fedeli di una religione che, fra le tante esistenti, ha più detrattori di tutte. Si chiede perché la Chiesa Valdese, quella Protestante, la Cattolica, la Greco Ortodossa, l’Evangelica e tante altre non hanno così tanti detrattori. I più acerrimi li annoverano fra le "sette" nel senso più negativo del termine. I calunniatori non provengono da una sola parte della società o dalle congreghe religiose, anzi, esiste un certo pluralismo nel gettare fango su questa religione, che ha l'unica colpa di ispirarsi esclusivamente al Vangelo. Neppure gli ebrei sono stati e sono bersagliati così sul loro credo: i loro nemici provengono unicamente da una certa cultura antisemita di carattere economico-politico. Infatti, il cittadino normale può ignorarli: io non ha mai sentito critiche sui seguaci di Sion, a meno che non si trattasse della loro proverbiale parsimonia, usando un eufemismo.
Alcune domande se le è poste, ma le risposte gli sfuggono e quindi, arrampicandosi sugli specchi, può solo affermare:
Forse è la loro coesione fra fratelli e sorelle, l’essere sempre pronti a darsi una mano fra loro, e accorrendo ad edificare le loro nuove sale delle assemblee con una caterva di manifattori ognuno con la loro esperienza e che hanno sempre prestato la loro opera del tutto gratuitamente.
Ho molte cose che non condivido: le trasfusioni, il non voler partecipare alla vita politica con il "non voto", l'intransigenza verso i transfughi e il rinunciare a una parte della propria vita lavorativa per poter servire meglio Geova nel diffondere quella che chiamano "verità" fra gli uomini.
Forse è proprio questa convinzione a cozzare con il mio pensiero, e poi altre piccolezze che comunque, almeno a mio avviso, non sono degne di nota.
Ammiro dei testimoni il loro idem sentire fra fratelli e sorelle, per essere fedeli al loro nome, perché hanno un fervido spirito di fratellanza e convivialità. La loro felicità, la loro compassione, il loro sguardo luminoso quando sono tutti insieme, uomini, donne, ragazzi e ragazze, che oltretutto accolgono fra loro anche gli estranei con una gentilezza che a volte mette in imbarazzo.
 
In sintesi dico:
 
Non lasciatevi fuorviare dai "si dice", in particolare da quelli che provengono dai fuoriusciti: non è una novità che, quando una persona si dissocia da un gruppo, tende a denigrare la sua ex occupazione. Ci si potrebbe chiedere perché da questa religione ci si dissoci più che dalle altre. È evidente, perché i T.d.G. pretendono da chi intraprende il loro percorso una dirittura morale, civile ed etica che rispecchi integralmente le Scritture. Roberto Benigni, con la sua satira, aveva colto nel segno quando disse: "Io volevo fare il santo, ma me l'hanno fatta troppo difficile". Ed è per questo che alcuni si dissociano.
Il disassociato a mio parere si trova a disagio per non avercela fatta e quindi psicologicamente si crea l’alibi aggredendo per paura di essere aggredito. Agli altri gli dico che non si giudica senza sapere, frequentateli non mordono mica, e potrete toccare con mano che non sono una setta, liberandosi dai pregiudizi e dalle fatue dei calunniatori, questo io chiedo a chi è scettico, se lo fate, in seguito seguendo il proprio libero arbitrio ognuno può tornare alle confessioni
che sente più congeniali alla propria personalità.
Mi sento di garantire essendo super partes che i T.d.G. non sono una setta, che non viene effettuato nessun lavaggio del cervello, i conti correnti non vengono toccati, viene solo chiesta una piccola oblazione seguendo l’insegnamento della povera vedova che si priva della moneta mentre il ricco ostentava la sua limosina. L’oblazione è anonima e uno può versare solo quanto la sua possibilità economica gli permette, d'altronde avrete notato che la questua è un fatto estremamente comune in tante altre confessioni. Infine nelle assemblee si leggono i passi delle scritture e si canta la gloria di Geova Re, tranquilli non si fanno riti Voodoo.
Il primo febbraio 2014, alle ore 11:00 circa, ho assistito al battesimo di Sandra, assieme a una ventina di adepti. Prima di questa operazione, hanno parlato alcuni oratori che hanno letto passi del Vangelo e hanno intervistato alcuni "pionieri", così si chiamano i predicatori più assidui, ponendo domande volte a capire come vivono la loro missione. In loro si notava una serenità e una gioia inusuali; non ha mai visto quella beatitudine negli occhi di nessuno, neppure di coloro che si accostano alla Comunione Cattolica.
Quando i battezzandi si sono diretti verso la piscina, li ho visti scendere le scale raccolti ed emozionati. Dopo il battesimo, una moltitudine di parenti e amici li ha letteralmente assaliti: abbracci, carezze e tante lacrime di gioia. S. ha rivissuto la sensazione che provava quando, negli anni Sessanta, era fra i compagni di partito che combattevano per un ideale comune di fratellanza.
Inoltre, in ultima analisi, Sandra ha iniziato a studiare una quindicina di anni fa: se questa scelta non è ponderata, quante altre scelte possono considerarsi ponderate? Amo concludere con una frase di Leonardo Da Vinci: "Nulla è lo leggere senza lo ritenere" e ritiene che uno dei mali del mondo sia il pregiudizio.Rimango comunque un agnostico materialista, ma, essendo un uomo, quindi imperfetto, non ama le discriminazioni a prescindere: ognuno è libero di pensarla come vuole, in quanto non si possono avere solo certezze.

ISIS SI ISIS NO!


Una premessa è doverosa: non sono un politologo e non pretendo di esserlo. Parlo da anziano comunista con un'intelligenza nella media e una scarsa cultura scolastica. Nonostante tutte queste lacune, vorrei esprimere il mio parere sulla questione politica attuale, facendomi e facendo delle domande:

 Chi fornisce le armi all'ISIS?

Chi acquista il petrolio dall'Isis?

Chi ha creato il califfato? 

Ora do le mie risposte che potranno essere messe a confronto con le vostre:

 In primis, le armi all'Isis le forniscono le fabbriche, con la connivenza degli Stati di appartenenza; poi ci sono i mercati liberi, cosiddetti "free", dove vige la legge del "finché c'è guerra c'è speranza"; infine, ci sono i militari (e i nostri non ne sono esenti) che vendono il parco dismesso al miglior offerente: carri, elicotteri, cannoni, ecc.

 Per quanto riguarda il petrolio dell'Isis, le grandi potenze non si sporcano certo le mani in prima persona: ci sono i grossisti che, naturalmente, optano per la versione latina "pecunia non olet" e che acquistano il petrolio a un prezzo molto più basso rispetto a quello di mercato, per poi rivenderlo agli stati che certamente non ignorano la provenienza.

  La genesi dell'Isis è da ricercare nella lotta dissennata ai dittatori, come Saddam Hussein e Gheddafi, che in passato hanno lucrato e fatto affari con gli Stati Uniti, ma che poi sono diventati nemici, così come è successo ad Al-Qaeda di Osama Bin Laden. Ma la dissoluzione di questi imperi, dopo la cosiddetta primavera araba, ha portato al caos più totale, terreno molto fertile per il califfato. Ok, erano dei feroci dittatori, ma tenevano comunque unite le varie etnie che vivevano nei loro paesi. L'Iraq, addirittura, aveva instaurato uno stato laico, molto lontano dal fondamentalismo islamico, e gli USA foraggiarono l'Iraq quando si trattò di fare la guerra all'Iran. Come disse un generale algerino dopo la cacciata dei francesi dal suo paese: "La rivoluzione è fatta, adesso cominceranno i veri problemi". Infatti, uomini di potere come l'ottuso Bush, che con la scusa delle armi chimiche (che non c'erano) ha disgregato una nazione senza pensare minimamente a quello che sarebbe accaduto dopo, seguendo le politiche scellerate dettate dai servizi segreti che sapevano di avere a che fare con un presidente dall'ignoranza politica abissale, oggi hanno un nuovo nemico: Assad, amico dei russi. Forse sta nascendo un altro caos madornale e il democratico Obama ci sta cadendo dentro con tutte le gambe. l'immissione forzata dello stato d'Israele in quelle terre che ha portato alle problematiche che abbiamo tutti i giorni sotto gli occhi e la non volontà di coltivare l'integrazione dei Musulmani moderati, anzi usando nei loro confronti una sorta di ostracismo, e in molti si sono gettati in braccio al califfato, che ha humus e attrattive a volontà per reclutare adepti,

Quindi la soluzione a mio parere è solo una e cercherò di esprimerla.

La lotta tra il Medio Oriente e l'Occidente ha origini lontane: i crociati contro il feroce Saladino. Gli USA sono contro Assad in Siria, che comunque sta combattendo con il suo esercito il Califfato. La Turchia, antidemocratica, combatte i curdi solo perché comunisti (PKK) e i curdi stanno facendo da tempo una strenua resistenza alle forze dell'ISIS. Infine, la guerra fredda con l'Unione Sovietica, che che se ne dica, non è mai cessata e impedisce un accordo, perché Putin è con Assad e gli USA lo vogliono far fuori.

Sono un vecchio comunista e non tifo né per la Russia di Putin né, tanto meno, per l'America di Obama. Di quest'ultimo, in particolare, odio le frasi fatte, come "L'impero del male" e "L'Isis è il diavolo". Sono sì due grandi potenze, ma non sono i presidenti a guidarle, bensì i loro potenti e feroci servizi segreti: il K.G.B. e la C.I.A.

A me sembrerebbe tanto semplice la soluzione, ma evidentemente non lo è. Prima di tutto, l'Europa dovrebbe sganciarsi una volta per tutte dall'influenza anglo-americana e cominciare a ragionare con la propria testa, senza assentire sempre alle questioni bislacche che provengono dall'altra parte dell'oceano. In secondo luogo, una volta appurato che l'Isis è il nemico comune da battere, Bisogna lasciar perdere gli Assad e i Kurdi e unirsi per abbattere questo gruppo di persone. Se c'è la volontà politica, sono convinto che in un anno l'Isis si dissolverebbe come neve al sole.

Chiudere i rubinetti del petrolio e la fornitura di armi sarebbe già sufficiente a far inginocchiare questo gruppo di tagliagole. L'uso della forza dovrebbe essere l'ultima ratio, dopo aver vinto questa battaglia. Poi, potrebbero affrontare politicamente la questione curda e siriana. La questione è talmente banale da far capire che non esiste una volontà politica.

Tutto questo per meri interessi di business. Se la questione non verrà risolta definitivamente, saremo tutti costretti a morire nei ristoranti, nelle discoteche e negli stadi.

Solo il popolo unito può influire sulla decisione degli Stati di comportarsi democraticamente, molto più di tanti lumini, preghiere e mazzi di fiori che, una volta passata l'onda emotiva, faranno sì che tutto torni esattamente come prima. Tommasi di Lampedusa nel suo “gattopardo” scrisse: “Tutto cambi perché nulla cambi” vi dice qualcosa questa frase?

 

Il Barone  anno 2018

domenica 21 dicembre 2025

INDIA CONGO CINA E TOUT LE MONDE

Queste erano le colonie che volevamo non quelle dei colonialisti Bianchi

Se non fossimo un popolo ubriaco di lustrini, paillettes e grandi firme della moda, non dovremmo stupirci di ciò che accade in Afghanistan. Infatti, i colonialisti inglesi, belgi e francesi, quando hanno lasciato i paesi che hanno depredato (gli inglesi in testa), hanno lasciato situazioni simili a quelle afghane, dove, una volta riconquistata la libertà, invece di godersela, si sono trucidati fra di loro.

Naturalmente, gli americani, come gli spagnoli e i portoghesi, hanno colonizzato un intero continente, trucidando i nativi. Gli americani (per essere più precisi: italiani, inglesi, irlandesi e africani) si sono eretti a poliziotti del mondo senza che nessuno gli abbia dato il distintivo. Hanno destabilizzato il Medio Oriente e hanno sponsorizzato tutti i regimi fascisti dell'America Latina. 

Qualche anno prima, avevano sganciato due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, cosa che per l'Occidente e per gli stessi giapponesi era normale, e poi hanno sostenuto governi fantocci corrotti (il Vietnam insegna).

Le due fake news usate come scusante erano: esportare la democrazia e fare da argine allo stato canaglia (Ronald Reagan insegna), che era la Russia! Cosa è successo? È nata la NATO, i cui componenti europei si sono asserviti totalmente ai diktat degli Stati Uniti.

Il Medio Oriente è diventato una polveriera e, inoltre, l'Isis è stata coltivata da loro. Non dimentichiamo che i Bush hanno pranzato con Bin Laden e questo la dice lunga. Quindi, concludendo, non ci meravigliamo di ciò che accade oggi: è la normale conseguenza di una politica scellerata occidentale e capitalistica.

Finché avremo ballerine in TV con il sedere di fuori, programmi d'intrattenimento come "Tele Vacca" (Benigni docet), telegiornali di parte e stilisti miliardari che sfruttano il lavoro minorile per arricchirsi, cose come l'Afghanistan saranno sempre all'ordine del giorno.

Non prevedo sviluppi positivi finché l’Europa sarà in mano a personaggi come Orban e agli ex paesi del Patto di Varsavia, senza dimenticare la parte medio-orientale in mano a personaggi come Erdogan. Infine, c'è la Cina capitalistica che ha eletto un premier a vita, come la Chiesa cattolica. Insomma, finché il capitale comanderà, sarà come diceva mia nonna: "O bere o affogare!"

sabato 20 dicembre 2025

LA MIA VITA E' UN FILM

 


Nell’anno 1942 rombava il cannone vomitando fuoco, annunciando che il peggio doveva ancora venire, grappoli di bombe con sibili sinistri cadevano sullo snodo ferroviario fi Firenze-Rifredi e in questo apocalittico clima ho visto la luce concepito da una fanciulla di diciannove anni e il suo compagno di trentuno.

Forse ero appena svezzato quando sotto le mie finestre i partigiani rossi della zona, passavano per le armi i fascisti dell’ultima ora che non erano riusciti a prendere il largo.

Nella pubertà ho respirato assieme all’aria della ricostruzione, l’odore acre dei gas lacrimogeni, che la polizia della divisione ”CELERE” lanciava sugli operai delle officine “GALILEO” in lotta, un brivido ci solcò tutti quando Pallante sparò a Togliatti e l’Italia uscita dall’ora dal buio stava per ripiombare nell’oscurità.

Finalmente i primi timidi amori tutti miei, perché’ l’oggetto del desiderio quasi sempre non ne sapeva niente poi la prima esperienza con la Maria Maddalena di turno, perpetrata in compagnia degli amici del cuore, in un susseguirsi di ammicchi compiacenti e avvampanti rossori.

La ribellione, la voglia matta di uscire dalle spire della famiglia, in parte soddisfatta dalla chiamata alle armi, altri amici altri amori mercenari ufficiali stronzi, tanta fame e tanta voglia di conoscere e di sapere Dio!! Come ero giovane.

In seguito è iniziata la parabola discendente, il vortice, la corsa sfrenata, il matrimonio, i figli, il lavoro, amori importanti e amori che sono serviti solo a farmi sentire qualcuno. 

Certo il lavoro ha avuto un ruolo importante nella mia vita, si sono alternate fasi entusiasmanti a fasi deludenti, la disoccupazione e la netta sensazione di essere finito, la depressione data dal fatto di sentirsi non essere in grado di sostentare la famiglia e infine finalmente la riscossa.

Adesso sono uno stimato funzionario di una multinazionale tedesca serio e pignolo nella professione che ha come si suole dire raggiunto la superiorità di tratto, ho anche un cane Zoe che allieta le mie passeggiate solitarie di un uomo di mezza età.

LA MIA VITA È UN FILM

Concorso “Racconti Brevi” RAI 1985 

Antonio Maoggi

(bocciato)